di cetta brancato |  

La creazione di un’opera viene, inizialmente, generata dallo stupore dell’anima a cui, immancabilmente, seguono spesso il fastidio, il gioco e la perseveranza. Infine, la passione. Elementi tutti che si rinvengono nel bel libro ‘Nostro Onore’ di Marzia Sabella. È sufficiente visitare la libreria Feltrinelli di Palermo, salire al primo piano, per scorgere nello scaffale di fronte alla scala, quello che, ormai, viene definito ‘il museo degli orrori’, ossia le molte pubblicazioni dedicate alla cultura anti – mafia. E dove è stato riposto e promosso anche ‘Nostro onore’ che, insieme ad altri pochi titoli, andrebbero isolati da tanta produzione.
Già dalla prefazione l’Autrice ci fornisce la prima indicazione sull’autenticità della sua opera.
La stesura delle pagine, infatti, inizia con una deviazione del progetto iniziale dunque con quello che, letterariamente, potremmo definire un tradimento, ossia il portare il racconto oltre la storia pensata.
L’esordio è importante: dallo scoop giornalistico di breve durata, pronto ad essere masticato dal palato corrotto di tanti curiosi, si giunge al racconto nella sua accezione più autentica.
La virtù della narrazione nasce dalle ferite dell’uomo. Ma qui gli ingredienti c’erano tutti: una donna siciliana magistrato e la sua lotta contro la mafia. Il pacchetto era pronto, già confezionato, ancora prima di vedere la luce. E, come ci suggerisce l’Autrice, già fondato su un pregiudizio all’incontrario: bastava riempirlo di segni, con pause di buona ortografia, per farne un libro. Invece ciò non accade perché decide di narrare scegliendo ‘la normalità’ che, più esattamente, chiamerei umanità. Istintivamente, mette in campo l’anima per raccontarci non una storia, ma la sua storia utilizzando la tecnica dell’autobiografia, con un linguaggio capace di compiere il prodigio della confessione. Ne sperimenta uno tutto suo, lo segue senza indugio, lo evidenzia, lo corrompe, facendone la sua lingua. Una lingua personalissima che trae linfa dalla cultura dell’isola. Dall’antico affabulare siciliano, volutamente deviato, il narrare si dirige verso modelli di comunicazione contemporanei e quotidiani con una tendenza alla lirica quando la parola torna a ripetersi volutamente, insiste sui concetti emozionali, diventando schiva e pudica.
L’Autrice non vuole raccontare come tanti e riesce a farlo fuori da ogni schema di cui poteva avvalersi, non ultimo il non dire.
C’è molto silenzio in «Nostro Onore».
Pause infinite di cui la scrittura si serve per riprendere fiato, per rendere sopportabile l’esperienza esistenziale. Talvolta, invece, il tempo narrativo accelera: lo fa inducendo al lettore una risata, rendendo plastica la descrizione dei luoghi. E poi tace a lungo quando il passaggio diventa doloroso, quindi inenarrabile. Perché la parola appartiene al silenzio non alla voce.
Chi scrive sa che si lascia fra le righe la possibilità di raccontarsi ancora e che lo scrittore tace nel rispetto di quest’imperfezione e di questa possibilità.
Nel narrare è generosa, sempre dietro le quinte.
Appare quando è necessario e cede, con capacità stilistica, lo spazio ai personaggi. Desidera dar loro voce, in ugual maniera, non alterando mai il rapporto fra la parola e il giudizio.
I personaggi, dunque, si liberano dalla storicità degli eventi, consegnandosi alla realtà della mente.
Ciascuno ha un nome, non un ruolo. E, negli avvertimenti dei più umili, ci induce a riflettere, a considerare l’umanità che racconta. È proprio da Pio Pio, il bambino abusato che non sa raccontare il dolore, che impara ‘che la condanna dei colpevoli paga il conto alla giustizia ma non paga nessuno’, ‘la necessità, senza cedimenti’, ‘a non forzare la mano, a non strafare mai’, ‘la forza dell’incertezza’, ‘che l’orrore può arrendersi alla pietà’e, infine, ‘che non bisogna fidarsi delle correzioni automatiche del computer’.
Si direbbe ancora che è facile chiamare il procuratore Caselli con il nome di battesimo soltanto perché tutti lo conosciamo. Ma non è così.
L’Autrice lo chiama in questo modo per sé e per noi. Asciutto, rispettoso, senza titoli. Lo fa eroe privandolo dell’eroismo. Denudandolo, lo rende uomo.
O, ancora, a proposito dell’incarico per la cattura di Messina Denaro dice: ‘Lavorare su Matteo significa lavorare con Teresa e Paolo. Lei appena arrivata in procura con l’incarico di procuratore aggiunto. Lui, come me, è un sostituto, da anni a Palermo.’
Anche in questo passo, i colleghi vengono chiamati per nome. E, in questa apparente semplicità ne disegna i destini narrativi.
Non è facile nulla per chi scrive con l’anima e sceglie secondo un comando interiore. Direi, sceglie senza sapere, se non rileggendo o affidando agli altri, cosa in realtà è contenuto fra le pagine.
Il libro conosce la propria storia, la percorre da solo, contravvenendo anche alle regole del mercato. Se è il caso, come in questo caso.
L’Autrice scrive da donna e racconta di donne.
Fino al secolo scorso, anche in letteratura la donna viveva la difficoltà ad essere riconosciuta come produttrice del sapere e, dunque esercitava la propria poetica o nell’ambito auto referenziale delle religiose chiuse in convento affidando alla dimensione mistica la creatività o in un ambito privato, riparato dalle mura domestiche. In ogni caso, spesso, in uno spazio intimo e privato che la figura femminile riassume e rappresenta simbolicamente.
È contemporaneo il passaggio da forme di coscienza soggettive ad una coscienza collettiva e politica della condizione femminile in cui si innesta anche la produzione del romanzo civile a cui possiamo iscrivere anche ‘Nostro Onore’ di Marzia Sabella.
Ma, anche in questo caso, la comunicazione è affidata ad una lingua riparata dal filtro dell’essere variegato del femminile stesso.
L’Autrice si racconta in volti emotivi di un’unica femminilità. Nel libro un capitolo è dedicato alle donne, il cui titolo è Mafia, singolare femminile.
Nella descrizione dei personaggi femminili rivela un acuto senso della descrizione: piccoli gesti e grandi consapevolezze, disattenzioni volute che rivelano arroganze o patimenti, tutto nel perimetro del matriarcato che contraddistingue il ruolo della donna in Sicilia. Sia che si parli di donne di mafia che di personaggi raccolti dalla sua sensibilità e osservazione. Infine ci parla della morte. E lo fa con grande efficacia ossia, volutamente, a bassa voce. Ce ne racconta l’opacità e la violenza, il sorprendente vigore e il silenzioso assedio. La stana dovunque. O, forse, le va incontro con il rigore della professione e la comprensione del suo compito. Ma anche con la sua rivolta, con la capacità di non rassegnarsi, di non volere fare i conti con l’ingiustizia sia quella umana che con quella metafisica. Nella lettura mi è sembrato, talvolta, di vederli tutti quei visi. Li porta al lettore come li ha visti ma, soprattutto, come non voleva vederli. Nel suo non detto ci sono gesti di pietà del composto lutto della gente di Sicilia ma, soprattutto, una morte che odora di risurrezione, come diceva Montale, ossia in qualche luogo umanamente salvificata dal narrare stesso.


‘Nostro Onore’ è un libro laico, privo di qualsivoglia fondamentalismo, lontano da ogni dogmatismo ideologico, nelle sue accezioni polisemiche. Forse, non a caso, è stato dedicato al padre la cui cultura era profondamente radicata nei valori della laicità.
Dio è lontano da queste pagine. Anzi, assente. Non se ne intravede l’ombra. Il destino dei personaggi è narrato e risolto in un’umanità che si avvicenda e scompare, priva di una mente ordinatrice a cui affidare ruoli precostituiti o risultati di eccellenza qualificata. C’è l’uomo di Sicilia, pirandellianamente rivisitato: un uomo che ignora lo spirito, appagato dalla deità dell’isola, a stento in grado di indossare la maschera dell’anima a cui non riconosce forma, né qualità. Ma anche il germe dell’assurdità di cui ci parlano gli esistenzialisti, pronta a colpirci in faccia ad ogni angolo di strada. Merlau Ponty ritiene che l’unico eroe tragico possibile ai nostri giorni sia l’uomo che continua a fare quello che fa credendovi pur sapendo che lo scacco, il fallimento, la sconfitta, sono in ogni momento in agguato.
«Nostro Onore» continua a raccontare quest’ eroe. Anzi, fa eroe ogni personaggio nel quotidiano recinto della normalità con padronanza narrativa e delicata e con ironica tenerezza femminile.
Se cultura è l’urlo degli uomini in faccia al loro destino, come ci insegna Camus, non posso che idealmente spostare ‘Nostro Onore’ dallo scaffale su cui è stato posto e proporlo all’attenzione del lettore colto. A questa opera prima in cui l’Autrice ha appreso l’urgenza della scrittura e con essa l’inumano dono del narrare, sono certa che seguiranno ancora altri frutti, di altra bellezza, di altra natura.