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Il pericolo dei camorristi e dei mafiosi che uscirebbero dal carcere. Una colossale disinformazione del populismo penale, dei media e della politica

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di Samuele Ciambriello *

Il populismo penale e politico è contro la Costituzione. La territorialità della pena non rispettata dal’amministrazione penitenziaria. Le distorsioni dei mass-media. Una mia riflessione dopo la sentenza della Corte di Strasburgo e il “pericolo” tutto marcato e politicizzato dei mafiosi e dei camorristi che uscirebbero dal carcere.


Una società che ha paura e che immagina che il carcere cattivo ci renda più sicuri non rispetta i vincoli e i dettami Costituzionali sui diritti delle persone e del carcere come luogo di reinserimento e ravvedimento. Può essere il carcere e questo tipo di detenzione l’unica risposta a chi viola la legge? Accanto alla certezza della pena dobbiamo declinare la qualità della pena. E tantissime volte è di pura barbarie il comportamento dei media (tutti: carta stampata, Tv, Internet) rispetto ai permessi accordati dal magistrato di sorveglianza ai detenuti, l’uso strumentale che si fa delle vittime innocenti. Il Mondo degli affetti,  cioè dei problemi connessi al riconoscimento e all’esercizio del diritto all’affettività del detenuto, all’esecuzione del diritto-dovere genitoriale, al mantenimento di relazioni positive con il proprio mondo familiare ed affettivo sono legati tutti al principio di territorializzazione della pena, al positivo reinserimento sociale, al recupero del detenuto.

Nelle scorse settimane come Garante dei detenuti ho incontrato un gruppo di reclusi di diverse carceri. Il tema affrontato e denunciato da loro è stato la territorialità della pena. Oggi ho incontrato dei familiari di detenuti napoletani trasferiti in Calabria, Sicilia, Sardegna e Umbria. Indubbiamente la lontananza dal luogo di residenza rende difficile e a volte impossibile per il detenuto l’incontro con i familiari, l’assistenza con i servizi territoriali, lo stesso rapporto con l’Avvocato, rende poi ancora più difficile il percorso rieducativo. Non si tratta solo di un problema di natura tecnico giuridica connesso con l’applicazione dell’art,  42 dell’OP, ma si tratta anche di una questione di natura culturale e sociale, cioè di avere da parte di tutti un approccio democraticamente positivo nei confronti dei detenuti e del mondo carcerario nel suo complesso.

Ecco cosa dice l’art 42 dell’ordinamento penitenziario:”I trasferimenti sono disposti per gravi e comprovati motivi di sicurezza, per esigenze dell’istituto, per motivi di giustizia, di salute, di studio e familiari. Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie.” Nella prassi, il trasferimento per motivi di sicurezza è stato utilizzato come cautela presa nei confronti dei detenuti che, pur non avendo commesso illeciti disciplinari o penali, sono stati considerati scomodi perché troppo “attivi”. I trasferimenti per esigenze di istituto, per sfollamento, per motivi di sicurezza e di giustizia, sono disposti d’ufficio dall’Amministrazione penitenziaria, incidendo inevitabilmente sul principio di territorialità.Le esigenze dell’istituto consistono in necessità organizzative dello stesso (come sovraffollamento, lavori di restauro, sicurezza interna, protezione dello stesso detenuto…), a cui è ovviamente estranea la condotta del detenuto.

Per le storie ascoltate è stata rilevata una prassi di trasferimento per motivi di sfollamento, la quale nascondeva una “sanzione disciplinare” irrituale.Questi motivi determinano trasferimenti provvisori, derogando al principio di territorialità a favore del diritto di difesa, delle relazioni affettive, del reinserimento del detenuto. Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria deve assumersi la responsabilità  delle proprie scelte sbagliate.Noi continueremo ad essere resistenti, disarmati ma resistenti, difendendo il primato della persona diversamente libera e i suoi diritti inviolabili.Voglio ricordare a me stesso che i tradizionali aspetti del populismo penale, la fabbrica della paura, la strumentalizzazione del tendenziale colpevolismo dell’opinione pubblica e il paradigma penale del Nemico sono enormemente aggravati dalla loro perfetta funzionalità ai populismi politici. Occorre passare dalla re-clusione alla in-clusione.

*Samuele Ciambriello | garante campano dei detenuti

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