aldo masullo - la camorra, vista & rivista

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Fenomenologia della camorra
di aldo masullo



Innanzitutto bisogna tenere presente che il rapporto tra camorra e politica è molto stretto per una semplicissima ragione: che la politica non è soltanto l'attività di alcune persone (che si chiamino parlamentari, ministri, uomini di partito) ma l'insieme, direi, la totalità delle azioni degli uomini organizzati all'interni della società. Quindi è inevitabile che non vi sia modo di essere dell'uomo, concretamente inteso, quindi storicamente inteso che non coinvolga dei problemi politici. Ricorderei a questo proposito un bellissimo pensiero di Leopardi nello Zibaldone scritto nel 1821 in cui Leopardi dice che la morale presa così in se stessa è un'astrazione. Mentre la politica è l'unica concretezza del rapporto tra gli uomini. E che, anzi, una società non esiste in modo moralmente positivo se non in quanto vi è una politica moralmente positiva. Dove dunque la politica è morale non perché obbedisca a dei sistemi esterni di norme ma perché proprio per realizzarsi in quanto politica, in quanto organizzazione funzionale della società non può non avere dentro di sé una sua morale che è poi la morale concreta. Quindi data questa premessa è inevitabile giungere alla conclusione che anche la camorra è un fenomeno politico. Questo è, direi, il fondamento generale del problema. Poi in concreto dobbiamo pensare che l'attività politica condiziona lo sviluppo economico così come, a sua volta, è condizionata dallo sviluppo economico. E in questo giro, fra una causa che è anche un effetto ed un effetto che è anche una causa, la camorra trova alcune sue ragioni fondamentali. In particolare ancora se poi veniamo alle vicende dell'Italia meridionale e a quelle del napoletano. Più che di Napoli vale appunto la pena di parlare del napoletano intendendo per napoletano, tutto sommato, l'area che gravita intorno a Napoli. Anche se probabilmente si potrebbe intendere per napoletano, come una volta pure avveniva, tutta l'Italia meridionale peninsulare. Tuttavia, diciamo concretamente, fermiamoci al napoletano inteso come l'area che si stringe intorno alla città. E se vogliamo venire a questo dobbiamo riconoscere che la camorra, innanzitutto, va distinta in due localizzazioni sociali.
Vi è una camorra di origine rurale e vi è una camorra di origine urbana. La camorra di origine rurale a Napoli, per esempio, o nel napoletano è molto meno forte che non la camorra di origine rurale, poniamo, in Sicilia dove prende il nome di mafia. Poiché ovviamente quando parliamo di camorra non parliamo di altro che di una delle organizzazioni criminali tipiche dell'Italia meridionale. Una delle tre grandi tipologie di organizzazioni criminali in Italia meridionale. A cui si dovrebbe aggiungere una quarta, quella della sacra corona unita che però è un fenomeno molto più recente nel tempo e che ha una sua vita abbastanza circoscritta. Ma la camorra ha la sua classica manifestazione nella camorra, appunto napoletana, nella ndrangheta calabrese e nella mafia siciliana. Allora, mentre, per esempio, la mafia siciliana ha un'origine prevalentemente rurale. La camorra napoletana ha un'origine prevalentemente urbana. Anche se c'è una camorra rurale anche nel napoletano. Ma, allora, per fermarci al napoletano… la camorra rurale è niente altro che quel fenomeno di parassitismi interstiziale dei ceti rurali. Cioè nella campagna fino all'Ottocento ancora faceva il bello e il cattivo tempo il proprietario di terra. Ma un proprietario di terra che non era in gran parte un proprietario di latifondo, che non aveva quindi l'organizzazione per lo sfruttamento del contadino così completa come l'aveva, per esempio, l'aristocratico fondiario della Sicilia. Lì l'aristocrazia fondiaria, proprietaria di grandi latifondi organizza lo sfruttamento del contadino attraverso una vera e propria organizzazione che è quella dei gabellotti. E viceversa nel napoletano non essendoci grandi latifondi lo sfruttamento del contadino non avviene in queste forme così organizzate. Nel contado si alimenta semplicemente la presenza del piccolo camorrista o di colui il quale taglieggia i contadini più deboli ma al tempo stesso fa giustificare il suo taglieggiamento come se fosse una specie di arbitro nelle controversie e in un certo senso anche nella difesa del contadino dalla sopraffazione delle forze dell'Ordine, dei proprietari e così di seguito. A Napoli, invece, si sviluppa una camorra urbana vera e propria ed è la camorra urbana vera e propria la derivazione da quella particolarità della società napoletana che fece dire al Cuoco che Napoli è una doppia città, le due città. Una fatta di persone più o meno normali e l'altra viceversa la città del “sottoproletariato” diremmo noi oggi e quindi la città dei lazzaroni. Questa figura dei lazzari che costituiscono una figura squisitamente napoletana e così ben segnalata nella panoramica della conoscenza geografica e antropologica anche nel Settecento, per esempio, che non solo Goethe ma anche Hegel, poniamo, parla dei lazzaroni. I lazzaroni costituiscono un ceto, io non li chiamerei una classe, ma un ceto profondamente radicato nella struttura della città. Questo è importante. Profondamente radicato e non accidentale e al tempo stesso però profondamente separato dalla vita normale della città. Questa doppia qualità, del radicamento e della separatezza, credo che costituiscano una condizione specificamente esplicativa della particolarità della camorra a Napoli.
Non dobbiamo dimenticare mai che Napoli ha una storia socio economica molto singolare nel passaggio dal Sette all'Ottocento. E la singolarità è data dal fatto che proprio nel momento in cui in Europa avviene la trasformazione borghese: il passaggio dalla prevalenza e dal peso dominante della proprietà fondiaria al peso e alla prevalenza della proprietà mobiliare e quindi del capitale monetario e quindi nell'investimento delle attività urbane: l'industria, il commercio. Viceversa a Napoli abbiamo una difficoltà alla nascita di questa trasformazione. Una difficoltà data soprattutto dalla caratteristica di una città che nel Settecento da un lato è rimasta prigioniera della propria vita cortigiana.
Il proprietario terriero napoletano in fondo preferiva la vita di corte a quella del feudo e quindi sostanzialmente trascurava, abbandonava la terra. Sfruttava al massimo il contadino, il contadino sfruttava al massimo anche le pietre ma non si aveva né una trasformazione sociale né una trasformazione dell'organizzazione dello sfruttamento della terra. E questo si accompagnava a una stranezza della politica reale, monarchica perché questi singoli monarchi che furono i Borboni, quindi seconda metà del Settecento da un lato avevano una esagerata concezione della propria dignità regale e quindi tendevano a fare, se così si può dire, il passo più lungo della gamba. Così abbiamo questo singolarissimo episodio che io, scrivendo, ho definito curioso, che è quello di una IRI ante litteram perché questa trovata di una industria di Stato che nel '900 in Italia nasce con il fascismo e con il bisogno di frenare la disgregazione industriale dopo la prima guerra mondiale. Viceversa a Napoli avviene tra ultimi decenni del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento. E, se noi guardiamo, Napoli non è priva di sviluppo industriale in quell'epoca. Ma è uno sviluppo industriale, quello tutto di carattere pubblico, di carattere regale. Quindi abbiamo le miniere del Re, abbiamo le ferriere del Re, abbiamo i cantieri del Re, abbiamo le seterie, l'industria tessile del Re. Quindi abbiamo un tessuto industriale che, tutto sommato, era abbastanza avanzato per quei tempi ma era avanzato dal punto di vista dell'organizzazione produttiva e assolutamente, viceversa, carente di organizzazione della trasformazione industriale. Quindi non si produceva attraverso quella trasformazione produttiva né una classe imprenditoriale autonoma né un proletariato autonomo. E questo, secondo me, è una, se non “la”, causa fondamentale di quel lungo processo che dura per tutto l'Ottocento e purtroppo ancora nel Novecento, ed è quel processo che attraverso varie e particolari trasformazioni comunque mantiene sempre Napoli e il napoletano separato dalla storia d'Italia e quindi dalla storia europea.
L'accostamento forzato etica/morale/camorra richiama opportunamente sul tavolo, come criterio di lettura della storia, quella pagina di Leopardi alla quale mi riferivo poco prima. Cioè la morale presa come tale è un sistema di norme astratte la cui concretezza sta nella propria origine e nella propria destinazione. Ora l'origine della morale è una origine politica. C'è sempre un bisogno di regolare i rapporti umani all'interno di una certa sfera. Allora è chiaro che il camorrista può giustificare il suo operato anche con alcune regole che quindi possiamo definire anche, dal suo punto di vista, norme “morali”, che però valgono non per una società più generale quale può essere una società nazionale statualmente organizzata ma valgono per una sfera ristretta di persone. Si potrebbe a questo punto anche richiamare per capire questo congegno concettuale quel  celebre testo dei primi decenni del Novecento, in cui si analizza il concetto di “diritto” come concetto strettamente legato alla società sia pure chiusa e limitata in cui questo diritto nasce e a cui si deve applicare. Per cui ci sono tanti “diritti” quante sono le società. Quindi un diritto italiano, per esempio, nel momento in cui si sviluppa si sviluppa a danno di alcuni altri diritti che appartengono a questa o a quella particolare classe, a questa o a quella particolare regione italiana. Quindi come si capisce da questa mia affermazione io tra morale e diritto non è che ponga molta differenza. Solo che la morale è un diritto non scritto e viceversa il diritto è una morale scritta. Ma ambedue hanno un'origine direi visibilmente sociale e un uso visibilmente immediato e sociale esso stesso. In questo quadro si capisce bene come la camorra possa facilmente giustificarsi agli occhi dei suoi stessi aderenti e quindi le potenze e le prepotenze che un camorrista esercita all'interno della sua piccola comunità possono facilmente giustificarsi in base ad una regola di convivenza. Quindi ancora una volta quella che gioca qui è la categoria della separatezza. Cioè la camorra, come ogni organizzazione criminale che abbia un radicamento sociale… questo poi è da dirsi. Vi sono organizzazioni criminali senza radicamento sociale. Una banda di rapinatori non ha radicamento sociale. Ma una organizzazione criminale che abbia radicamento sociale come la camorra ha una forte componente di carattere, diremmo, “giuridico-autonomista”. E' una autonomia giuridica e questo ne spiega anche la pericolosità e la permanenza.
Falcone, parlando di mafia, per sempio, diceva che è destinata a morire ma non diceva che era destinata a morre rapidamente … .
Ricordiamoci che la storia cammina velocemente e pure essendo a noi la storia apparente come una scenografia durevole, remota, a noi che siamo poveri esseri che viviamo poche decine d'anni… ebbene la storia è molto più veloce della vita di ciascuno di noi. Paradossalmente è così. Allora la camorra di cui ho parlato fino a poco fa è la camorra che si può considerare presente nella Napoli fino al secondo dopoguerra. Quella camorra che di volta in volta ha dato luogo anche a delle esplosioni di criminalità organizzata se pensiamo al famoso processo Cuocolo agli inizi del Novecento. Ma che tutto sommato rimaneva un episodio di criminalità radicata sì nel territorio ma non organizzata in modo moderno. L'organizzazione moderna della camorra napoletana comincia dopo il secondo dopoguerra. Comincia quando, venuti gli alleati e soprattutto gli americani, in una Napoli disastrata, sprovvista ormai di tutto, morta di fame nel senso letterale non più soltanto letterario della parola fiorì in contrabbando. Fiorì quindi il mercato clandestino, alla luce del sole, dei viveri, delle stoffe, degli strumenti più elementari della vita, portati dai marinai, dai soldati americani e le sigarette. Non dimentichiamo le sigarette. La maggioranza delle donne dei vicoli napoletani diventarono venditrici clandestine di sigarette sulle strade. E il contrabbando delle sigarette, cosa singolare, fu la prima fonte della trasformazione della camorra in organizzazione criminale a carattere di impresa.
Questo è il punto: l'organizzazione criminale diventa un'impresa economica. Quindi non è più soltanto un'organizzazione criminale è anche un'organizzazione produttiva. Il contrabbando delle sigarette da luogo a quell'enorme organizzazione di mezzi anche navali, per esempio, i famosi motoscafi blu con i quali i contrabbandieri andavano a scaricare le navi che venivano dall'America cariche di casse di sigarette e che venivano trasportate attraverso questi motoscafi a terra e poi distribuite sul territorio. Lì nasce la camorra nostrana recente. La nuova camorra, la vera camorra dove la camorra è prima organizzazione criminale, mantiene il radicamento sul territorio, si fondono in essa questi due caratteri del radicamento del territorio e dell'azione criminale. Ma a questi due elementi di aggiunge un terzo elemento che è quello dell'organizzazione di carattere economico e produttiva vocata al profitto. E, naturalmente, questo poi via via, produce ulteriori trasformazioni quando il contrabbando delle sigarette attraverso la contaminazione della organizzazione criminale camorristica con quella di altre regioni, per esempio, come i siciliani o con i marsigliesi via via si trasforma in organizzazione di contrabbando della droga. A questo punto il salto è compiuto in senso di passaggio da proporzioni relativamente modeste e proporzioni di carattere internazionale complesse. Questa è la storia della camorra napoletana. A questo poi va aggiunto il terremoto dell'80. Questo fenomeno dirompente della realtà sociale ed economica dell'epoca con il coinvolgimento delle pubbliche amministrazioni nell'intervento di soccorso e poi nell'intervento di ricostruzione determinerà la collusione tra le amministrazioni pubbliche e la camorra come amministrazione criminale. Abbiamo quindi un ventaglio abbastanza diversificato di attività. Qui si lega anche il discorso sul consenso. La camorra ha bisogno di consenso ma il consenso che essa può ottenere è il consenso di coloro che hanno bisogno. A Napoli abbiamo avuto anche fenomeni, sempre nel dopoguerra, premonitori di questi bisogni se pensiamo all'epoca laurina, se pensiamo a come in quel momento la politica intesa nel senso della costruzione di un potere di carattere “democratico”, e quindi che dovesse passare attraverso le elezioni, consentì al popolo napoletano, questo enorme ceto non coinvolto nella trasformazione industriale bisognoso, quindi, di un padrone, via via, si lascia comprare dal padrone che gli sembra più generoso in un certo momento.
Dal punto di vista socio politico rimane direi insuperabile la considerazione che una massa di persone, un ceto, una stratificazione sociale costituiscono un condizionamento fortissimo. E quindi io dico che come, per esempio, negli anni sessanta, settanta si era formato a Napoli con l'industria di Stato un proletariato urbano qualità. Se noi pensiamo a Pozzuoli e il figlio dell'operaio dell'Italsider aspirava a fare l'operaio dell'Italsider. Semmai a studiare per diventare ingegnere ma sempre all'interno, direi, della morale dell'Italsider. Così il figlio dell'abitante di un povero borgo suburbano con il problema delle periferie che c'è in tutti i grandi centri del mondo e che a Napoli è particolarmente drammatico, che cosa può aspirare a fare non avendo intorno a sé altri puntelli.  Non avendo per lo più neppure scuole, non avendo esempi anche incoraggianti dal punto di vista economico. Cioè il passaggio dalla miseria di origine ad una condizione che favorisca altri sogni, altri ideali non c'è. Quindi inevitabilmente l'ideale, vedendo che il camorrista è colui che ha un certo potere nel proprio ambito, che magari il proprio padre se non è camorrista è vittima di un camorrista, cosa può aspirare a fare se non il camorrista un giovane in questo contesto? Ecco questa mi pare una considerazione che non si possa superare assieme ad altri elementi che pure ci sono. Questo però è il peso dominante in una società cittadina in cui non vi sono trasformazioni sociali nel senso industriale, nel senso nuovo. Anzi. Si è avuta questa catastrofica regressione industriale alla fine degli anni ottanta. Quindi, in questo fallimento generale, che cosa rimane se non quel fango sociale che ha caratterizzato la nostra vita per sempre?
Bisogna ammettere che i principi non servono a modificare nessuno se no noi stessi. Il che significa, in concreto, che non possiamo certamente in nome di principi modificare le condizioni in cui vive il camorrista o il figlio di un camorrista o chi diventa camorrista. Ma dobbiamo modificare noi stessi intendendo per noi stessi tutta quella parte della società che non è intrinseca alla camorra, tutta quella parte della società che si crede perbene, che si crede onesta, tutta quella parte della società che io chiamerei civile ma che deve imparare ad essere civile. Cioè di fronte al camorrista io che cosa ho fatto? Se qualcuno si lamenta di essere presente in una città dove ci sono io gli debbo chiedere “tu che cosa fai contro la camorra?”. Lo debbo chiedere al funzionario dello Stato, lo debbo chiedere al funzionario del Comune, lo debbo chiedere all'amministratore comunale, lo debbo chiedere all'uomo politico, lo debbo chiedere all'industriale, al commerciante, al professore. Sì tutti questi che si ritengono non camorristi, a questi si deve chiedere che cosa, quali principi adottano e se vogliono realizzare questi principi. Il problema è tutto qui. Non si può con i principi modificare la camorra. Con i principi si può modificare il soggetto politico in senso generale, il soggetto sociale che si propone o che perlomeno vuole distinguersi dalla camorra. Chi non si vuole impegnare nell'operare in modo non camorristico non ha il diritto di non essere considerato egli stesso un camorrista. Il punto è tutto qui ed io lo so che non è facile ma non si può chiedere con quali principi cambiare la camorra o, come lei mi domandava quali principi offrire alla camorra. No io alla camorra non posso offrire nessun principio. Io alla camorra debbo offrire l'esempio di una fermezza di ascolto di principi diversi e debbo, via via, rendere forti coloro i quali si comportano secondo principi diversi da quelli camorristici e debbo offrire alla camorra la prova provata che solo in base a quei principi ci si trasforma e che alla fine se essa stessa non si trasforma verrà travolta da questi principi ma non dai principi verbalmente e astrattamente praticati ma dai principi praticati nel processo economico politico sociale.
Nel mio libro intervista “Napoli siccome immobile” ho messo in evidenza come un carattere dominante della società napoletana sia la separatezza. Io ho parlato di società grumosa. Ma possiamo parlare anche di lobby eccetera… sì la raccomandazione, il far avanzare il proprio figlio o il figlio dell'amico il quale a sua volta farà avanzare mio figlio. Il costruire ragioni di interesse economico tra piccole caste… tutto questo certamente favorisce la presenza della camorra. Ecco perché noi napoletani cosiddetti “perbene” dobbiamo finirla di prendercela con la camorra a parole o lasciando che se la prendono i magistrati, i poliziotti. Quello è necessario ma non basta. Occorre mutare l'ambiente entro il quale la camorra lavora. Se la camorra è radicata nella società occorre cambiare le zolle entro le quali affondano le radici della camorra. E questo lo può fare tutta quella parte della società che non è la camorra e che finge di sdegnare la camorra…



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