amato lamberti - la camorra, vista & rivista

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punti di vista

I mille volti

della camorra di oggi
di amato lamberti



La camorra non si riduce alla criminalità organizzata altrimenti si rischia di non comprendere il fenomeno. Una cosa è la criminalità organizzata, i gruppi criminali, i clan criminali… e una cosa è la camorra. Possiamo usare il termine camorra quando ci troviamo di fronte ad organizzazioni che puntano al governo del territorio, e puntando al governo del territorio, puntano alle amministrazioni pubbliche. Puntano a stabilire rapporti stretti con la politica. Per cui comprendiamo meglio anche certi fenomeni.
Il crimine organizzato in tutto il mondo è in crescita. C'è una letteratura vastissima su questo argomento. C'è chi parla addirittura di un destino del capitalismo odierno verso una sponda criminale. E' una posizione un po' estremista però il dato di fatto è che la criminalità organizzata è presente dovunque con le stesse regole e in continua espansione. Questo riguarda i paesi occidentali, quelli cioè a capitalismo avanzato. Ma riguarda anche i paesi del terzo mondo, quelli che si affacciano al capitalismo. Riguarda i paesi del quarto mondo. Il motore sono gli affari criminali che si vanno moltiplicando. Fino a pochi anni fa non si parlava di interessi del crimine organizzato rispetto ai grandi fenomeni migratori. Oggi è evidente che il crimine organizzato si occupa anche di questo e quindi sposta decine di migliaia, milioni di persone da una parte all'altra del pianeta soprattutto nella direzione dei paesi più avanzati. Tutto il fenomeno dell'immigrazione clandestina non riguarda solo l'Italia, riguarda tutti i paesi del mediterraneo, e riguarda anche altri paesi. L'Australia oggi ha messo un freno alla possibilità di entrare nel suo territorio da parte soprattutto di indiani, srilanchesi, indonesiani che si dirigevano verso l'Australia in cerca di opportunità di vita e di lavoro. Dietro però c'erano grandi organizzazioni criminali che si occupavano e si occupano di questi traffici. Gli Stati Uniti stanno pensando di costruire un muro alla frontiera con il Mexico per frenare l'immigrazione clandestina dal Mexico e dai paesi del centro America e del sud America verso gli Stati Uniti di dimensioni colossali. Tutto questo grazie, appunto, all'intervento di organizzazioni criminali che si occupano di questi traffici. Lo stesso sta avvenendo in Italia, in Francia, in Spagna, nei paesi balcanici.
L'altro motore del crimine organizzato è il traffico di droga che si è specializzato. Ci sono dei paesi che producono la droga. Alcuni che la coltivano, altri che la raffinano. Naturalmente questo crea organizzazioni criminali nei paesi dove si produce la materia prima ma produce anche delle joint tra le diverse organizzazioni criminali. Questo crea una grande saldatura tra la criminalità colombiana, equadoregna, peruviana e la criminalità italiana in particolare la ndrangheta, anche la mafia, ma anche la camorra per l'esportazione di cocaina non solo in Italia ma anche negli altri paesi europei
Il crimine organizzato è attrattivo per tante persone. E' attrattivo perché è organizzato. E' attrattivo perché consente di fare denaro in maniera anche molto semplice. E' attrattivo verso fasce sociali anche inaspettate. Se uno va a vedere le persone fermate negli aereoporti, imbottiti di ovuli di cocaina, provenienti dalla Spagna, dal sud America o dal centro America, si accorge che i corrieri, diciamo ,appartengono a fasce sociali le più diverse. Abbiamo studenti, abbiamo laureati, professionisti. Abbiamo addirittura diplomatici. Molte di queste sostanze viaggiano nelle valigie “diplomatiche” che, naturalmente non sono sottosposte a controlli. O viaggiano, diciamo, nelle cabine dei piloti. Questo a significare l'attrattività di questo traffico perché puoi fare i soldi semplicemente facendo il trasportatore. Io ti do un chilo di cocaina da portare se lo porti a destinazione avrai tanti soldi. Magari una metà te li ho dati in anticipo. E questo è attrattivo. Giocano sul numero. Io metto cento corrieri in circolazione. Magari ne vengono fermati dieci, quindici. La stessa Guardia di Finanza in Italia dice che il sequestrato è meno di un decimo di quello che, realmente, sta viaggiando.
E' una strada verso la quale molte persone si orientano. Anche qui, sociologicamente, ci sono autori i quali affermano che questo “è un problema di opportunità”. Naturalmente ognuno di noi guarda alla società e alle possibilità di inserirsi nella società. In contesti in cui le opportunità legali diminuiscono mentre le opportunità illegali aumentano è chiaro che molte persone si orienteranno verso le sole opportunità illegali. La risposta migliore dovrebbe essere quella di aumentare le opportunità legali in maniera tale da porre le persone di fronte ad una scelta. Ci sono delle opportunità legali che consentono di fare denaro, di costruirsi una posizione sociale. Poi ci sono le opportunità illegali però lì rischi la galera, rischi la vita, rischi di essere ammazzato. E fai una scelta più razionale. Per esempio, da noi in Campania ci si meraviglia che tante persone si orientano verso le attività criminali senza guardare al mercato delle altre opportunità. Noi abbiamo un mercato delle opportunità legittime che, ormai, è letteralmente asfittico dove la gente è costretta ad aspettare anni prima di trovare un'opportunità. C'è chi può aspettare anni, c'è chi non può aspettare. Quindi si orienta verso le altre opportunità, le opportunità illegali. Lì c'è una scelta molto differenziata perché puoi scegliere l'illegalità, o anche la criminalità. Non tutti, per fortuna, scelgono la criminalità violenta, disposti ad uccidere pur di fare soldi. Però la scelta del traffico, dello spaccio è una scelta considerata illegale non criminale. Un po' come prima era per le sigarette dove tu sapevi che prendevi delle sanzioni ma erano sanzioni di carattere amministrativo, sostanzialmente. Multe che poi non pagavi perché eri un nullatenente. Non avevi neppure l'idea che fosse una scelta criminale. Le organizzazioni criminali hanno bisogno di manovalanza criminale ma hanno anche bisogno di manovalanza disponibile per tutti gli altri traffici. L'alleanza di Secondigliano lavorava sulla produzione e distribuzione, in tutto il mondo, di giubbotti falsi. C'erano aziende sommerse e in nero che producevano giubbotti con il marchio falsificato. E c'erano le persone che vendevano questi giubbotti falsi in Canada, in Cecoslovacchia,  a Mosca, in Australia. Sono stati trovati in tutto il mondo. Qualcuno ha addirittura detto che si facevano più soldi con i giubbotti che con la droga perché dietro c'era una produzione di centinaia di migliaia di capi. La stessa cosa per altri oggetti come scarpe, borse. Per cui, un sacco di gente sta dentro un circuito che sa benissimo che è illegale però fa la scelta di collocarsi ad un certo livello di illegalità. Altri che fanno la scelta criminale vera e propria. Le organizzazioni non hanno bisogno tanto di manovalanza criminale. Hanno bisogno soprattutto di manovalanza disponibile alle illegalità più diverse perché si muovono molto nel campo della illegalità più che nel campo della criminalità. I gruppi di fuoco sono fatti da criminali organici all'organizzazione magari parenti, magari affiliati. Sono quelli che difendono il territorio dai nemici e si difendono dagli attacchi degli altri clan. Il resto è manovalanza assoldata e scaricata continuamente. Però in assenza di altre opportunità c'è gente che passa tutta la vita nella illegalità.
Con la sola repressione non si riesce a frenare l'espansione di questi fenomeni e questo è il dato di cui bisogna prendere atto. Occorrerebbe una manovra congiunta. Da un lato la repressione, dall'altro lato l'apertura di opportunità, di possibilità in maniera tale che le persone in qualche modo siano costrette a fare delle scelte. Poi le si può punire anche più severamente nel momento in cui noi diamo loro delle opportunità legittime e loro scelgono, invece, quelle illegali e criminali a quel punto hai fatto tu alla legalità. Oggi noi ci troviamo in una situazione in cui o bere o affogare. Nel senso che opportunità legittime non ce ne sono. Quindi, diciamo che, per sopravvivere, sei costretto ad andartene altrove, ad emigrare oppure, se vuoi rimanere sul territorio, a metterti in un percorso di illegalità e criminalità che può avvenire a tutti i livelli. I soldi che il crimine ottiene con le attività criminali non li conserva sotto la mattonella o dentro il materasso, li investe e questi diventano negozi, supermercati, imprese, attività economiche e, in queste attività economiche, loro hanno bisogno comunque di operatori e di lavoratori. Tu magari sai benissimo che quella ditta di logistica è una ditta collegata direttamente ad un clan criminale ma siccome ti si chiede semplicemente di guidare un camion tu accetti e vai a guidare un camion. Poi quello che il camion trasporta te lo dirà l'azienda e l'azienda ti dice, magari, di andare a Milano a caricare rifiuti tossici ma tu non lo sai neppure. Tu devi caricare dei bidoni. Allora vai lì, carichi dei bidoni che qualcuno ti da e li devi portare dove ti dicono di portarli per sversarli illegalmente. Questo non fa altro che aumentare l'attrattività di queste organizzazioni. Chi vi entra a far parte intravvede sulla strada della criminalità la possibilità per costruirsi una posizionale sociale.
Gli studenti che incontro all'Università, invece, normalmente hanno i mezzi  per poter entrare nella società. Lo stesso fatto di prendersi una laurea li aiuterà sicuramente ad entrare. Noi, in sociologia, usiamo uno schemino molto semplice elaborato da Melton. Diciamo che, in realtà, in una società dove i fini sono istituzionalizzati, e il successo è ambito da tutti, e le norme, le regole, sono uguale per tutti: l’unica cosa che è distribuita in maniera ineguale  sono i mezzi per raggiungere quelle mete e i fini istituzionalizzati. Allora il problema è di quella stragrande maggioranza di persone che non ha i mezzi per potersi inserire in questa società e sperare in una crescita sociale, nel raggiungimento di un livello minimo di successo che per molti è semplicemente un lavoro fisso, uno stipendio, una casa. P
oi le aspettative possono crescere. Ma il problema per tutte quelle persone è questo. E è di tutti quei ragazzi che, normalmente, sono fuori anche dai circuiti scolastici poiché si sono avvicinati, ma siccome non erano scolarizzati, li hanno buttati subito fuori. Il nostro modello scolastico va bene per i ceti medi. Cioè a scuola vai bene se ci arrivi già scolarizzato. Se c'è una famiglia che continua a scolarizzarti, che ti orienta positivamente verso la società. Ma se arrivi a scuola non scolarizzato la scuola ti caccia e non ha nessuna possibilità di scolarizzati.
Questa cosa è un po' un paradosso poiché uno dei primi compiti della scuola dovrebbe essere quello di scolarizzare soggetti che, invece, vengono da contesti marginali, da contesti di degrado. Allora, se hai questa enorme platea che in Campania è molto vasta, come fai a risolvere il problema? In Campania, stando ai dati ufficiali, abbiamo un quarto della popolazione, quindi il 25%, che è al di sotto della soglia di povertà, ma non solo in termini economici. È al di sotto anche dello standard minimo di vita civile. Verso questo pezzo di popolazione, che è il 25%, non si fa niente. Qualche autore, dice, come diceva Francesco Saverio Nitti agli inizi del Novecento, che sono talmente degradati da essere irrecuperabili, nel senso che è inutile fare qualsiasi cosa. Essi sono talmente degradati dal punto di vista morale, civile, che non è un problema solo economico ma di sopravvivenza. A quel punto va tutto bene.
Ti posso anche scannare per sopravvivere perché non ho freni morali e sono ridotto in uno stato animalesco. Poi c'è un 25%, quindi un altro quarto, e siamo alla metà, che vive in una situazione in cui si entra ed esce dalla condizione di povertà. Non ci si stabilizza mai al di fuori della povertà. E a questo segmento appartengono anche persone di ceti non assolutamente marginali. Anche piccoli impiegati, anche quelli delle 800, 900, 1000 euro al mese se si pensa che oggi la soglia per non essere poveri è dei  927 euro al mese. Così stimano. Ma a persona. Qui abbiamo persone che hanno famiglia e sono famiglie monoreddito. La moglie non lavora, hanno 3, 4, 5 figli e quei mille euro, quei 1200 euro non possono assicurare la sopravvivenza per cui bisogna arrangiarsi con un secondo lavoro, un lavoro in nero, un'attività illegale. Naturalmente molti, per fortuna, scelgono piccole situazioni di marginalità: faccio un lavoro in nero, lavori che non dichiaro e per i quali non pago le tasse ma che con i quali comunque sto dentro un'illegalità. Tuttavia non mi metto a vendere droga. A me è capitato, girando, arrivai in Spagna, a Benidorm… mi sento chiamare “professore!”, “'o president!”, allora ero presidente della provincia, gente che mi salutava. Chi era di Ercolano, chi era di San Giorgio a Cremano, giovani che frequentavano istituti superiori, e che mi dicevano di passare le vacanze lì, passavano tutta l'estate in quel posto e alla mia curiosità di chiedere loro come campavano mi veniva risposto che vendevano droga sintetica.
Un circuito che è laterale a quello delle grandi organizzazioni criminali, nel senso che, comunque, prevede organizzazioni criminali. Che, comunque, è sanzionato dalla legge perché è illegale, però non hai a che fare con le organizzazioni criminali vere e proprie come se vendessi eroina o cocaina. Sono droghe sintetiche prese in Olanda, in Germania, rifornite da un italiano che non è dentro l'organizzazione criminale vera e propria ma è accanto.
In città, a Napoli, ci sono giovani, anche scolarizzati, che sono spacciatori di cocaina. Ho fatto un conto. Basta avere 25 clienti fissi, consumatori abituali di cocaina, per mettere in tasca 2.500,  3.000 euro. Lo fa il con i numeri di telefono. Cioè sono loro che cercano te, non sei tu che cerchi loro. Loro ti cercano e tu dici “vabbè ce l'ho, te la vieni apprendere, te la porto io?”. Magari chiami un pony express, la metti in una busta, intesti la busta, scrivi l'indirizzo, tu mi mandi il pony express con i soldi, io ti mando il pony express con la droga, semplicissimo. Tu sei cliente abituale, io sono fornitore abituale.
Avviene, diciamo, tutto con grande semplicità. È difficilissimo fermare questi movimenti. È chiaro che c'è una domanda. E’ una domanda che viene anche da ceti che non possono esporsi, non possono andare a Scampia a comprare la cocaina. Non possono andare in giro essendo, questi consumatori, dei professionisti. Hanno bisogno di un altro circuito, diciamo, più pulito. Che cosa c'è di più pulito di un meccanismo così nel quale un figlio di un magistrato ti fornisce cocaina? Dico questo perché è successo. È uscito poi sui giornali questo gruppo di posillipini  che si dedicava a questi affari con lo spaccio della cocaina. E ci si è meravigliati moltissimo per aver scoperto questa cosa. Teneva un poco di droga e la dava a degli amici dove lo scambio monetario non era facilmente documentabile se non indirettamente, dal tenore di vita. Ma anche qui è difficilissimo scoprirlo trattandosi di persone, di giovani, della Napoli bene.
Quindi, l'attrattività per un giovane è molto forte. Lui può pensare che la società non lo farà guadagnare facilmente poiché non ci sono le opportunità. Quindi, progetta di muoversi così, di fare questo, di darsi questi  indirizzi. Anche se il giovane laureato è già normalmente fuori da questi circuiti, tranne eccezioni che diventano sempre più numerose. Ci sta dentro quando non si accontenta di quello che legalmente riesce ad accumulare e allora si dà ad attività illegali. In molti però questo capita quando le aspettative sono troppo elevate e quello che si può guadagnare legalmente non basta più anche se sei figlio di un magistrato. Qui si fa denaro subito e non devi aspettare.
Il giovane intravvede nella strada della illegalità la possibilità per costruirsi una posizione sociale.
La storia di Cutolo è esemplare da questo punto di vista anche per il periodo. Io ho raccolto alcune storie di vita di persone che poi sono finite nella camorra cutoliana. Una. molto esemplare, l’ho raccontata sul Domenicale de «il Manifesto». Per un periodo facevo una rubrica sul quotidiano «il Manifesto» dove ho raccontato la storia di Cutolo come altre e diverse storie legate alla criminalità organizzata e alla camorra. Questa persona di cui seppi e scrissi finì in galera per l'assalto ad un'armeria. Lui faceva parte del nuclei armati proletari, quindi era un “nappista”. Fece l'assalto ad un’armeria e venne preso. Agiva con metodi illegali con l'idea che bisognava fare l'esproprio di beni da distribuire a chi ne aveva bisogno. Finì in galera come gappista e siccome era un ragazzo prestante, venne avvicinato, in galera, e gli venne prospettata e proposta l'offerta di entrare nella camorra cutoliana. Gli venne proposta una carriera. Lui accettò, dopo un incontro direttamente con Cutolo a Poggioreale, di entrare a far parte della organizzazione. Appena uscì gli venne data, come copertura, la gestione di un garage.
L'organizzazione aveva pensato a questa copertura che gli consentiva diversi milioni al mese di introito. Il garage era un posto sicuro per l'organizzazione. Se qualcuno doveva nascondersi, per qualche giorno, andava nel garage. Se qualcuno rubava un'auto la si portava in quel garage. Si rubava una motocicletta e la si portava in quel garage. Se c'era bisogno di truccare un'automobile la si portava in quel garage poi si poteva fare anche una rapina con quell'automobile. quel garage diventava una base operativa.
Naturalmente, essendo grande e grossa la persona di cui racconto, gli si chiedeva anche qualche altro lavoretto. Nel senso che gli si diceva “guarda, c'è quello che non vuole pagare, vai lì e dagli una lezione”. “Per ora sfascia tutto e sfasciagli la testa senza ammazzarlo”. Lui andava, sfasciava il negozio, gli sfasciava la testa e tornava in quel garage. Era entrato nell'organizzazione e l'organizzazione decideva come utilizzarlo. In cambio aveva avuto una “sine cura”. Naturalmente, se decideva di tirarsi fuori dall'organizzazione, immediatamente perdeva il garage, cioè perdeva la sine cure. E, siccome, intanto, si era sposato, aveva avuto dei figli, quella era la sua sicurezza. Non lo avrebbe mai lasciato quel garage. Naturalmente, le richieste cambiavano e si diversificavano. Dalla tanica di benzina, per dare fuoco a qualche negozio, alla violenza fisica verso chi si ribellava di pagare. Fino ad arrivare all'ordine estremo di andare sul luogo e sparare sulla fronte di qualcuno.
La prima volta era titubante, la seconda un po' meno, la terza ancora di meno. Era un killer ideale perché nessuno lo vedeva per la strada essendo impegnato nel garage. Per tutti gestiva solo un garage zona Poggioreale. Anche se poi si spostava per spedizioni punitive a San Giuseppe, Sant'Anastasia, a Palma Campania. Ovunque c'era un bisogno. Insomma in giro per i paesi dove la camorra cutoliana agiva  e dove essa si voleva affermare. Lui andava portava al termine il compito e tornava nel suo garage a Poggioreale. Naturalmente, questo significava salire di credito nella organizzazione cutoliana. Diventava sempre di più un uomo di rispetto. Finché non lo arrestarono, nuovamente, per associazione camorristica. Dovette rispondere di una serie di omicidi che aveva fatto. Ma il garage, nel frattempo, lo prendeva in custodia la moglie e l'organizzazione, in questo modo, si preoccupava di curare le sue cose. Non c'era bisogno di badare alla famiglia, la famiglia continuava quella attività. Per cui la capacità attrattiva delle organizzazioni criminali sta anche nella capacità di muoversi. Altri mettevano in piedi un negozietto, altri mettevano in piedi un bar. L'organizzazione li aiutava a fare queste cose perché magari in quel bar tu potevi mettere i videopoker, potevi spacciare droga, poteva essere un punto in cui incontrarsi, tranquillamente, con gli altri affiliati.
Mi si chiede quale è stato,, in questi anni, il momento più buio del mio impegno contro le illegalità, la camorra, le devianze.
Il momento più buio è stato sicuramente quello dell'uccisione di Giancarlo Siani dove, chiaramente, mi sono posto il problema di quale fosse la mia responsabilità. Nel senso che un giovane che aveva forti motivazioni, anche per il tipo di carriera che voleva fare, quella del giornalista, orientato e spinto da me ad occuparsi di camorra.  Quando io ho conosciuto Giancarlo lui si occupava di tante cose diverse. Scriveva, per esempio, per la rivista “Il lavoro nel sud”, poi cominciava a collaborare con “Il Mattino”.  Ma si occupava delle cose che gli dicevano di occuparsi. Io gli dissi allora “ma, scusa, tu stai a Torre Annunziata, Torre Annunziata e un po' il laboratorio delle trasformazioni della camorra sul nostro territorio. Lì la camorra non è più criminalità organizzata ormai è impresa, investe nelle attività economiche, controlla gran parte dell'economia della città, controlla la politica, controlla l'amministrazione pubblica».
C'erano alcuni esempi clamorosi e allora gli dissi “ma scusa, invece di scrivere queste cose, a Torre Annunziata si parla di una convocazione forzata del consiglio comunale, del sindaco e degli assessori che sono stati prelevati nottetempo dalle loro case compreso il segretario generale e portati al Comune per approvare una delibera con la quale, praticamente, assumevano 150 ex detenuti, tutti uomini di Gionta, nell'amministrazione comunale. Questa cosa è vera, è falsa?” Gli dissi “lavora su questo!”
Io non sono molto convinto della verità giudiziaria. Io penso che c'entra la politica nella uccisione di Giancarlo Siani. Un giornale fece un paginone centrale in cui c'era la figura del sindaco Bertone, la fotografia del sindaco Bertone con la fascia tricolore e sopra c'era scritto “il mandante”.  Accadde la settimana dopo l'uccisione di Giancarlo Siani. Il giornalista che lo scrisse è stato condannato . Ha dovuto pagare anche i danni e continua a pagarli perché è talmente elevato quello che deve risarcire che con il quinto dello stipendio dovrà lavorare tutta la vita e non sappiamo se riuscirà a restituirli i soldi per i quali è stato condannato. Io avevo detto a Giancarlo Siani «lavora su questo intreccio politica-affari e camorra a Torre Annunziata» che doveva essere il titolo di un pezzo che, lui mi confessò il giorno stesso in cui è stato ammazzato, avrebbe scritto.
L'ho sentito al telefono alcune ore prima che venisse ammazzato, verso le due e mezzo, le tre del pomeriggio mentre lui è stato ammazzato verso le sette, sette e mezzo di sera. Non lo aveva ancora fatto ma mi disse che il materiale lo aveva già e si trattava solo di trovare il tempo per metterlo insieme. Ecco quello è stato un momento buio in cui io mi sono chiesto «ma, se la rischi tu la vita è una cosa ma ce la fai rischiare anche a dei giovani che magari con l'entusiasmo, diciamo, non prendono neppure tutte le precauzioni, ammesso che si possano prendere tutte le precauzioni».
Paradossalmente, invece, il momento in cui ho sentito che quello che facevo poteva essere importante è stato nel ‘94 quando sono stato candidato per la camera dei deputati nel collegio di Mondragone. E lì ho potuto sperimentare sulla mia pelle che le cose che dicevo erano vere. La mia campagna elettorale è durata lo spazio di una presentazione ai mondragonesi della mia candidatura. Non sono di Mondragone ma il vescovo di Caserta che prima era stato vescovo di Sessa Aurunca, Nogaro, aveva voluto che io mi candidassi lì. Facemmo una battaglia contro la camorra. Ero davanti a cinque, seicento persone. C'erano i rappresentanti dei partiti che mi appoggiavano, quelli dell'opposizione, forze dell'ordine, i magistrati. Come succede con grande curiosità alla presentazione del candidato alla camera dei deputati.
Finii di parlare, la gente commentava a voce bassa, qualche applauso quando si alza una signora dal fondo della sala, modestamente vestita. Avrà avuto una cinquantina d'anni.
Si alza questa signora e, come si alza, in quella sala si fece un silenzio di tomba. Io ogni tanto ci ripenso e mi convinco che non ho mai sentito un silenzio così tombale. Cinquecento persone, almeno, che stavano lì e, all'improvviso, non respiravano neppure. Questa signora si alza, aveva il Mattino tra le mani e c'era un articolo in cui io dicevo che il problema erano i La Torre. Lei era la vedova La Torre, che poi la magistratura l'ha incriminata come capo clan ma, in quel momento, era libera e con il giornale in mano veniva verso di me e, facendosi sentire da tutti in quel silenzio dove nemmeno si respirava, in napoletano mi disse: “che sei venuto a fare? qua non prendi nemmeno!”. Detto questo se ne va. Solo quando è uscita la gente ha cominciato a respirare, ammutoliti tutti.
Io, non essendo di Mondragone, finii di parlare, feci un po' di saluti e domandai al capitano dei carabinieri che stava lì: “ma non vi sembra un po' una minaccia?” E lui: “ma è la mamma!”. Non è che poi avessi tutto questo desiderio di fare il deputato di Mondragone. Avevo capito che aria tirava. Ed ebbi, immediatamente, la conferma quando, una volta uscito da quella sala chiesi ai presenti “come faccio a tornare a Napoli? Quale strada devo prendere per raggiungere la Domiziana?”.
In una situazione di questo genere, normalmente, la gente si presta, dice “mo ti accopagno!” se eventualmente qualcuno può accompagnarti. Loro, invece, si limitarono alle indicazioni.
Ho fatto una campagna elettorale in cui gli stessi compagni dei partiti che mi avevano sostenuto si sono squagliati. Ho fatto un comizio, nella piazza di Mondragone, in cui c'ero solo io. Mi ero intestardito. Tutti mi avevano detto “lascia stare”. All'epoca facevo l'assessore al Comune di Napoli, e anche il sindaco di Napoli mi aveva detto “che cosa ci vai a fare?”. I manifesti non c'era nessun che me li attaccava. Gli unici manifesti, avevo preso un leoncino, come si faceva nell'immediato dopoguerra nelle manifestazioni, con i manifesti attorno. Ci fermavamo, salivo sul cassone, attaccavo il microfono e chi c'era poteva ascoltare. L'autista era un dipendente del Comune, di Scampia, coraggioso anche se ogni volta mi domandava “professore, ma devo fare queste cose?”. Nei comizi importanti c'ero io sul camioncino, il mio autista rannicchiato dentro l'abitacolo, che non vedeva l'ora che quell'ora prevista finisse. Una decina di carabinieri che guardava me, una decina di poliziotti che guardava la piazza. Io, imperterrito, facevo il mio comizio in cui dicevo… “lo so che state nascosti, lo so che siete talmente conigli e vigliacchi che non vi fate vedere perché vi hanno ordinato che nessuno ci deve stare qua. Ma io ve le dico lo stesso le cose che penso. So benissimo che non mi voterete pertanto morirete che siete condannati…”.  Gliele dicevo di tutti i colori. Mi divertivo anche  con offese personali, perché tanto non c'era nessuno. Stavano tutti chiusi nelle loro case, ma pensavo tanto poi sarà riferito. Lo riferiranno anche alla signora che era venuta alla presentazione della mia candidatura. Mi muovevo sempre nel deserto più totale. In realtà, poi, per pochissimi voti non sono stato eletto, per  4000 voti. Mi vennero a mancare i voti di Mondragone perché a Sessa Aurunca fui quello che prese più voti, a Teano presi più voti. Su questi temi la Chiesa si muoveva, la gente perbene comunque c'era, anche se non la potevo raggiungere perché ai comizi non venivano. Le uniche presenze io le ho avute in incontri che ho fatto dentro la casa del vescovo a Sessa Aurunca o in quella del vescovo a Teano.
In piazza, pubblicamente, non c'era nessuno, nemmeno gli amici i quali mi dicevano che non erano potuti venire, che avevano avuto da fare. Insomma c'era sempre una scusa che giustificava le loro assenze. Io dicevo loro “capisco, voi state qua, voi vivete qua”. Gli unici manifesti li attaccavo io e il mio autista. Andavamo in un posto e attaccavamo due o tre manifesti, non più di tanto. Non so nemmeno quanto durassero perché non ci fermavamo. Questo era il clima di intimidazione ed era la testimonianza che lì la camorra governava.
Ho sempre detto… “guardate il problema non è la criminalità organizzata, che vende droga, che fa le estorsioni, eccetera. Quella è criminalità organizzata e fa le cose che la criminalità organizzata fa in tutto il mondo».
La camorra non è solo criminalità organizzata. La camorra è governo del territorio e si governa il territorio se si decide chi deve fare il sindaco, chi deve fare l'assessore, chi deve stare in consiglio comunale. Chi fa il deputato, chi fa il senatore. La camorra è questa. Ed è pericolosa perché fa le attività criminali ma è pericolosa, soprattutto, perché mette le mani sui fondi pubblici. Decide chi costruisce la strada, chi ripara la scuola, chi fornisce gli ospedali della carne, della verdura. Questo significa governare l'economia di un territorio. e squilibrarla completamente nel senso che in questo modo di fa fuori l'economia pulita e si fa vincere la loro economia. Su questo secondo versante io vedo troppo poco interesse. Tutto l'interesse è spostato sulla lotta ai criminali, che è giusta perchè il criminale non può fare il criminale. Deve andare in galera, essere condannato.
Però, nello stesso tempo, tu non puoi decidere chi fa il sindaco, chi fa il consigliere. E non basta sciogliere i comuni quando si scopre che quel Comune è infiltrato dalla camorra. Bisogna, come per esempio si fa negli Stati Uniti, che nel momento in cui io ti scopro colluso o, diciamo, dentro l'attività di corruzione, a quel punto, tu hai chiuso, non puoi fare più politica, non puoi fare più professione, non puoi fare più niente. Quello è un deterrente reale.
In realtà, non c'è la condanna per la quale tu, avendo scelto l'attività criminale, e noi avendoti scoperto, a quel punto, tu non fai più il medico, non fai più il professionista, non fai più l'avvocato, non fai più niente. E non fai più il politico, non fai più l'amministratore. Per cui non ci pensi una volta ma mille volte prima di dedicarti ad attività illegali... .



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