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paolo siani

punti di vista

Paolo Siani,

una vita per Giancarlo
C’erano quattro anni di differenza tra Giancarlo ed il fratello Paolo che in famiglia erano anche gli unici due figli. Quando a 26 anni uccisero Giancarlo, Paolo ne aveva trenta e da quel tragico giorno iniziò a domandarsi se una sua maggiore attenzione, verso il fratello minore, avrebbe potuto evitare quella morte. Un dubbio che ancora resta sopravvissuto a tutto l’impegno  che Paolo ha messo in questi anni nel nome del fratello Giancarlo.



Sulla parete ci sono tanti disegni che i piccoli pazienti di Paolo Siani, medico pediatra, che mette sempre passione ed impegno nelle cose cha fa, hanno lasciato nel suo studio. E’ impressionante la somiglianza di Paolo a Giancarlo Siani. In casa erano gli unici due figli che a ricordarlo ora ancora mette rabbia.
«La vicenda di Giancarlo è una vicenda talmente eclatante. E’ stata una vicenda talmente brutta e così cattiva che ha determinato lo sdegno e l'indignazione di tutta la città già a poche ore dal fatto. Ricordo che scesero in piazza gli studenti nell'85 già pochi giorni dopo per chiedere giustizia. Fu una reazione spontanea che i ragazzi di Napoli misero subito in campo e quello che io avevo come unico compito che mi sono dato... . In realtà erano due i compiti che mi sono dato: il primo compito era quello di assicurare giustizia a Giancarlo e per quello mi sono battuto con tutte le mie forze affinché questo accadesse che, grazie al lavoro della magistratura, al dottor D’Alterio e a tutte le forze dell'ordine, siamo riusciti ad ottenere affinché i colpevoli venissero identificati e condannati tutti all'ergastolo. Quello era il compito della giustizia e ci sono riuscito. Poi c'era il compito di non far dimenticare cioè di tenere vivo il suo ricordo per due motivi: il primo perché era giusto così. Era talmente ingiusta una morte a 26 anni di quel tipo... .  Era giusto che venisse ricordato per più tempo possibile. Il secondo perché capivo che quando si parlava con i ragazzi nelle scuole come tuttora faccio e quando raccontò la sua storia... e cioè che lui era un ragazzo normale, che non era affatto un eroe ma un giovane  che amava la vita, lo sport, uno amava stare in compagnia. Bene, quando raccontavo e racconto la sua storia nei ragazzi scatta una molla. Cioè si vede nei loro occhi che scatta un qualcosa di inaspettato. C'è la voglia di ribellarsi e di non accettare certe situazioni. Più andavo avanti a raccontare la storia di Giancarlo, più parlavo ai ragazzi, più incontravo i giovani studenti napoletani e più questa sensazione si rafforzava. Tant'è che adesso mi chiamano in moltissime scuole e non solo a Napoli. Domani dovrò essere a Taranto. E’ come se i ragazzi avessero bisogno, in questi anni, sempre di più, di un testimone, di avere un modello, di poter guardare ad un modello, ad una persona normale che per fare il suo lavoro, normalmente, è incappato in questa tragedia.
L'altro miracolo che è accaduto, in questa città, per questo è una città complessa ma affascinante, è che negli anni si sono riuniti e ritrovati i familiari che, come me, hanno avuto vittime innocenti. Lorenzo Clemente, il marito di Silvia Ruotolo, Alfredo Avella il papà di Paolino Avella, Simonetta Lamberti per citarne solo alcuni. Ma ne sono tanti: 180 familiari come me in Campania si sono messi assieme, coagulati attorno ad un coordinamento del quale Lorenzo Clemente, adesso, è il presidente e che, in qualche modo, ha inventato. Siamo tanti granelli di sabbia che invadono le scuole, la società civile e fanno conoscere le nostre storie con una testimonianza: è un racconto complesso che se non mi scrivo le cose non ricorderei perchè sono veramente tante. Siamo a Nisida dove, grazie ad Alessandra Clemente e ad un gruppo di ragazze, di uomini e di donne come lei, accade una cosa straordinaria. Cioè quella di parlare e raccontare le nostre storie ai ragazzi che sono in carcere.
Cose che facciamo anche in tantissime scuole senza i riflettori dei giornali, senza le televisioni. Abbiamo messo su una stele della memoria a piazza del Plebiscito, vicino al San Carlo per ricordare le vittime innocenti. Abbiamo realizzato un primo libro sulle prime storie iniziando da Joe Petrosino fino ad arrivare al 75 e continueremo, tra poco, con un secondo libro. Abbiamo realizzato il catalogo di tutte le opere fatte per la stele. In questi giorni sta per uscire un lavoro sulle storie delle donne vive che hanno però subìto un lutto in famiglia per la criminalità. Sono talmente tante le iniziative che, devo dire, il sindaco di Napoli De Magistris, qualche giorno fa, ci ha detto che ringrazia noi perché questo nostro incalzare di iniziative costringe la sua amministrazione a stare su questo argomento. E questo, come dire, è bello sentirlo dire ad un sindaco. Noi dobbiamo effettivamente costringere i nostri amministratori, i nostri politici a capire che la criminalità è il problema della nostra città e va affrontato in tutti i modi possibili. Non siamo chiaramente così ingenui da non capire che se non ci sono interventi del governo sul problema del lavoro e  delle opportunità per i nostri giovani non ne verremo a capo. Se non capiamo che se non si interviene a Secondigliano, a Scampia, a Ponticelli con il lavoro, il problema della criminalità non può essere risolto solo dalla testimonianza. Le due cose però vanno assieme. Raccontare la nostra città, questa regione vuol dire anche parlare delle tante persone oneste che sono la stragrande maggioranza dei nostri concittadini e richiamare tutti noi sui nostri piccoli doveri che in una città come Napoli, ogni tanto, me compreso, dimentichiamo di rispettare: il passaggio con il semaforo rosso, cosa che banalmente ricordo, che è una banalità ma che è indice di un non voler rispettare le regole; la macchina parcheggiata in terza, quarta, quinta fila. Occorre richiamare tutti ai nostri doveri di rispetto delle regole. E’ una priorità che dobbiamo far passare come fosse un codice che si insinua e si infiltra nella coscienza delle persone come la priorità dei nostri giorni.
Raccontavo, ieri sera, quando ero con i ragazzi del Pontano come questa marea di napoletani e di turisti, di persone oneste e di cittadini perbene, che hanno invaso Napoli in questi giorni, abbia fatto sì che si potesse passeggiare per la città senza la paura dello scippo della borsa, della violenza. Eravamo talmente tanti noi che, effettivamente, loro, gli altri, erano a disagio tra tante persone perbene. Quindi, con il fatto che siamo di più dobbiamo far valere le nostre ragioni. Dobbiamo permeare la società delle nostre convinzioni. Quello che io racconto sempre, ma che andrebbe raccontato di più è che tutti i giorni grazie al lavoro di persone oneste camminano i treni, le funicolari, si aprono le scuole, i bidelli aprono le scuole, gli usceri aprono i tribunali, gli infermieri sono in ospedale. Grazie a tutta questa miriade di persone invisibili, ma che ci sono, la società cammina e funziona. Poi, invece, esce l'episodio negativo che viene raccontato. Ma tutto questo che è invisibile ed impalpabile c’è ed è la realtà delle persone perbene».


Poi nella conversazione una domanda corre veloce. Che la morte di Giancarlo abbia cambiato, già a trent’anni, la vita di Paolo Siani?
«Certo, è capitato a me come a tutti gli amici che ho incontrato in questi anni. Cioè che ci sia una vita prima e una vita dopo. C'è un'altra vita, un'altra condizione. Infatti noi tutti distinguiamo il racconto della nostra vita prima, quella normale, e la vita dopo che è un'altra cosa: con meno sorrisi, meno allegria. Quando ci incontriamo insieme a Don Luigi Ciotti il 21 marzo nelle città d'Italia per il giorno che ricorda le nostre vittime, noi ci riconosciamo immediatamente. Nei nostri occhi c'è un velo di tristezza profonda e per questo, forse, da subito instauriamo un rapporto di amicizia e di condivisione. E’ una vita che non saprei raccontare in cosa è diversa ma so che è totalmente diversa».


Sarà per questo, allora, che quando un luogo ti segna così tanto induce anche ad una via d’uscita. Chissà se Paolo Siani in questi anni ha mai pensato di andare altrove, in un’altra città, in un’altra storia?
«Nella mente di tutti noi questo pensiero è comparso forte negli anni subito dopo. E’ stato il mio, quello di Lorenzo Clemente o di tanti altri . Alcuni sono andati via. Hanno scelto di andare via, chiusi nel loro dolore. Non hanno voluto affrontare altro. Io mi sono posto il problema e ne ho discusso a lungo con mia moglie.  Mi sembrava una cattiveria, però, andarmene. Una cattiveria verso Giancarlo che, invece, era rimasto a vivere in questa città. Sembrava una cattiveria lasciarlo solo in questa città anche se non c'era più. Mi sembrava veramente un atto di codardia ed io non volevo essere codardo. Volevo rimanere qui, purtroppo anche ben visibile, quindi, riconoscibile, per tenere vivo il suo ricordo. Andarcene forse, per me, era avere una miglior vita, ma non era una cosa bella per lui. E se lui mi avesse visto dall'alto, perchè io credo che lui ci veda, non avrebbe apprezzato se fossi scappato via».


Nel film su Giancarlo «Forteapasc» di Marco Risi Paolo si vede poco ma c’è.
«Sì, ci ho messo dentro le mani, il cuore, la mia intelligenza, le mie capacità e mi sono trovato in sintonia perfetta con Marco Risi che, debbo dire, ha molto ascoltato le mie impressioni. Le ha voluto sentire e mi ha mandato la sceneggiatura, cosa inconsueta per chi fa questo lavoro. Ha ascoltato i miei consigli quando ci ha fatto vedere il film chiusi da soli in una stanza come avevo chiesto. A me e a mia moglie quando il film non era ancora del tutto montato. Ha rispettato il nostro dolore e il nostro pianto quando, dopo il film, chiusi in quella stanza non è nemmeno entrato ed ha accettato anche di cambiare il finale. E’ una cosa che io racconto e che posso dire. Sono sicuro che a lui non dispiaccia. Non preferivo che il fim finisse con la morte di Giancarlo in quella macchina sotto casa. Ne abbiamo discusso insieme, abbiamo immaginato un altro finale ed è quello che c’è nel film e che, ho creduto, meglio rendeva la storia. E’ finito con il racconto degli ergastoli, cioè il racconto di una giustizia fatta anche dopo 11 anni ma è una giustizia comunque realizzata. Questo fa capire che la giustizia vince. Ci mette tempo ma vince».


L’impegno di Paolo Siani ora è la fondazione Polis che presiede?
«Sì, la fondazione Polis è una bella intuizione della Regione. Una cosa che serve e che è utile, che non solo si interessa di parlare di vittime innocenti ma che dà anche un sostegno a queste persone: sostegno psicologico e legale per i parenti delle vittime innocenti. Sapere che c'è la fondazione Polis che avvicina queste persone dà speranza e una grossa mano per sostenerli nei momenti subito dopo come in quelli successivi. Attorno alla fondazione ci sono poi tante altre esperienze: il coordinamento familiari delle vittime; c'è Libera, l'esperienza dei beni confiscati. La fondazione si fa punto centrale, ovviamente paritaria tra le tante iniziative che si svolgono in Campania. Una rivista che nasce con questo obiettivo, ovviamente, ha il grande pregio di poter raccontare a tante altre persone quello che si fa e che si fa spesso non sui giornali non nelle televisioni ma che si fa. Si fa con coraggio, con intelligenza e con la voglia di cambiare».


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