Ieri. mercoledì 25 marzo, il voto finale in plenaria del Documento del Parlamento europeo sulla lotta contro la corruzione che ha votato ed approvato con larga maggioranza. Si tratta del cosiddetto abuso d’ufficio che il governo Meloni per volontà del ministro Nordio, appena uscito sconfitto dal referendum sulla separazione delle carriere, aveva abolito con grande enfasi. Il reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) era stato formalmente abrogato con la legge n. 114 del 9 agosto 2024, il cosiddetto “disegno di legge Nordio”, eliminando la fattispecie penale per i pubblici ufficiali. Ora l’Italia ha due anni di tempo per mettersi in regola, in gergo per “recepire la direttiva”, altrimenti rischia una procedura d’infrazione.
L’articolo della direttiva in questione – come riporta in queste ore la collega Raffaella Malito su “La Notizia” – è il 7 e si intitola “Esercizio illecito di funzioni pubbliche”. L’esercizio illecito di funzioni pubbliche, si legge nella direttiva, rischia di minare la fiducia dei cittadini, lo Stato di diritto e l’equità economica e può arrecare grave pregiudizio all’interesse pubblico. Al fine di prevenire un tale danno, gli Stati membri dovrebbero individuare violazioni gravi della legge, siano esse azioni od omissioni, o entrambe. Tali violazioni gravi potrebbero includere, ad esempio, la violazione di disposizioni legislative o regolamentari volte a garantire il libero accesso e la parità di condizioni dei contratti per i candidati, o la deliberata errata applicazione della legge da parte di giudici o arbitri. Gli Stati membri dovrebbero poter limitare l’applicazione del reato di esercizio illecito di funzioni pubbliche a determinate categorie di funzionari pubblici. Nell’individuare le pertinenti violazioni gravi della legge, gli Stati membri potrebbero tenere conto di questioni quali, tra l’altro, la possibilità che la condotta sia stata commessa nell’intento di ottenere un indebito vantaggio per il funzionario in questione o per un terzo o al fine di ledere i diritti o gli interessi legittimi di una persona. L’eurodeputato del M5S Giuseppe Antoci è stato – unico italiano – relatore per il Parlamento della direttiva con la collega Raquel García Hermida-van der Walle (Renew, Paesi Bassi) e si è battuto per l’introduzione del reato. “La corruzione – commenta l’eurodeputato pentastellato – è uno dei principali strumenti attraverso cui il crimine organizzato si infiltra nelle istituzioni, nell’economia, nella vita democratica di ogni Paese. Ma c’è un punto che più di tutti definisce il senso politico del voto di domani (oggi, ndr) nella plenaria del Parlamento europeo, quello che prevede l’obbligatorietà dell’abuso d’ufficio, il punto cruciale del negoziato, il cuore della direttiva”.
“Abuso d’ufficio che – conclude Antoci – il Governo italiano ha ostinatamente cercato di bloccare in sede di negoziato europeo tentando di salvare la legge Nordio che nel 2024 lo aveva cancellato dall’ordinamento italiano. Con l’approvazione di questa direttiva vogliamo affermare che in Europa non esisteranno più zone franche e questo varrà anche per l’Italia. Rimargineremo, così, una ferita profonda pensando anche a tutti coloro che in questi anni hanno dato la loro vita per la legalità e la giustizia”.
L’obiettivo primario della nuova Direttiva Anticorruzione – ha commentato la redazione di “deQuo” – è stabilire uno standard minimo a livello comunitario per la definizione e la sanzione dei reati di corruzione. Questo assicurerà che una serie di atti criminali siano definiti e puniti in modo simile in tutti gli Stati membri, rendendo più efficaci le indagini transnazionali. I reati che diventeranno obbligatoriamente punibili in tutta l’UE includono: la corruzione nel settore pubblico e privato; l’appropriazione indebita; il traffico di influenze; l’intralcio alla giustizia; l’arricchimento da reati di corruzione; l’occultamento; le gravi violazioni dell’esercizio illecito di funzioni pubbliche. La Direttiva, che si avvia verso il via libera definitivo dopo il voto in plenaria e l’okay del Consiglio europeo, dovrà essere recepita dagli Stati membri entro due anni dalla sua pubblicazione.
Il punto di maggiore impatto per l’ordinamento italiano è rappresentato dall’articolo 11 della Direttiva. Questa norma stabilisce che gli Stati membri dovranno adottare misure per rendere punibili come reato penale almeno alcune gravi violazioni della legge nell’esecuzione o nell’omissione di un atto da parte di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, a condizione che siano commesse intenzionalmente. Questo concetto di “esercizio illecito di funzione pubblica” è considerato l’equivalente funzionale dell’abuso d’ufficio, abrogato in Italia nel 2024.
L’abuso d’ufficio, che era disciplinato dall’articolo 323 del Codice Penale prima della sua cancellazione, puniva il pubblico ufficiale che, abusando del suo potere, procurava a sé o ad altri un ingiusto vantaggio o un danno. La sua reintroduzione, seppur sotto una diversa denominazione e probabilmente con una formulazione più circoscritta, è ora un obbligo normativo europeo.
Perché l’abuso d’ufficio era stato abrogato in Italia?
La decisione del Governo Meloni di eliminare il reato di abuso d’ufficio nel 2024 è stata motivata principalmente da un dato statistico: circa il 94% dei procedimenti penali aperti per questo reato si concludeva con un’assoluzione. L’obiettivo dichiarato del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, era quello di porre fine alla cosiddetta “paura della firma” e alla paralisi amministrativa, liberando i pubblici ufficiali dal timore di indagini ingiustificate. L’abrogazione era stata preceduta anche da un pronunciamento della Corte Costituzionale, che aveva stabilito che la cancellazione della norma non era incostituzionale. Tuttavia, con l’accordo sulla Direttiva UE, il reato viene ora ritenuto vitale nella lotta alla corruzione a livello europeo. La sua reintroduzione obbligatoria per le “gravi violazioni” è vista da alcune forze politiche, come il Movimento 5 Stelle, come un segnale che l’Europa non accetta che i Paesi membri rimuovano strumenti essenziali per contrastare i soprusi, il clientelismo e gli abusi di potere. Il recepimento della Direttiva da parte dell’Italia nei prossimi due anni richiederà, pertanto, una nuova modifica del Codice Penale per reintrodurre una norma che incrimini l’esercizio illecito di funzione pubblica, specialmente nelle sue forme più gravi e intenzionali.
.

.

