Riportiamo il testo scritto da Luciana Esposito dal suo account social
Ciro Mennella, aveva 46 anni e viveva a San Gennaro Vesuviano insieme alla moglie e a un bambino di appena cinque anni. Da sempre faceva l’imbianchino, un lavoro fatto di pazienza, equilibrio e fatica quotidiana.
È morto sabato 18 aprile a Napoli, nel cuore della città, lungo via dei Mille, tra le vetrine dello shopping di lusso. Stava lavorando alla nuova sede della gioielleria Monetti quando è caduto da una piccola scala mentre tinteggiava una parete. Una caduta che non gli ha lasciato scampo: i colleghi hanno sentito il tonfo, si sono girati, ma per lui non c’era già più nulla da fare.
Una morte improvvisa, che però, con il passare delle ore, ha assunto contorni ancora più gravi. Secondo quanto emerso e denunciato dalla famiglia, Ciro Mennella lavorava da anni in nero per la stessa ditta. Nessun contratto, nessuna regolarizzazione, nessuna certezza. Solo lavoro. «Mio marito lavorava da tre anni con la stessa ditta, ma non era mai stato inquadrato. Chiediamo giustizia, non si può morire così», ha raccontato la moglie Agnese.
Parole a cui si aggiunge il dolore composto del suocero: «Era un ragazzo d’oro, un grande lavoratore. Un padre di famiglia non può morire per cercare di guadagnarsi la giornata. Questi operai devono essere messi in condizione di lavorare in sicurezza».
Il committente non ha rilasciato dichiarazioni. Nel frattempo, qualcuno ha provato a sostenere che Ciro fosse al suo primo giorno di lavoro, una versione che contrasta apertamente con quanto riferito da chi lo conosceva e con la continuità della sua attività. La Procura di Napoli ha aperto un fascicolo, ha disposto l’autopsia e ha affidato alla polizia il compito di far luce sulle circostanze in cui è maturata l’ultima di una lunga serie di morti bianche. Sotto esame ci sono la catena degli appalti e dei subappalti, le condizioni di lavoro e il rispetto delle norme di sicurezza. Un passaggio necessario per ricostruire responsabilità e omissioni. La morte di Ciro Mennella non è solo il racconto di un incidente. È il riflesso di una realtà in cui il lavoro nero continua a esistere, spesso tollerato, a volte nascosto, altre volte giustificato. Una realtà in cui la sicurezza può diventare un dettaglio e non una priorità.
Ciro era un uomo, un marito, un padre. E oggi la sua storia chiede qualcosa di semplice e fondamentale: verità, giustizia e responsabilità. Perché morire mentre sul lavoro, nel 2026, non può essere considerato normale.
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