Si tratta di una ricerca psicologico-clinica ma anche di un percorso oculato ed attento sul fenomeno mafioso e nello specifico della ‘Ndrangheta calabrese con tratti più o meno simili alle altre organizzazioni malavitose del meridione d’Italia. Emanuela Coppola, Serena Giunta e Girolamo Lo Verso hanno condotto la ricerca attingendo a diverse forme di “raccolta dati”. La mafia è un fenomeno complesso, pervasivo, agghiacciante che ha scomodato intelligenze, competenze, professionalità le più disparate. La scienza, in particolare quella clinico-psicologica, non può sottrarsi dall’apportare il suo contributo conoscitivo, coadiuvando il lavoro di contrasto attraverso strumenti culturali e d’intervento clinico-sociale.
Era necessario compiere un’analisi contingente e rigorosa, composita e approfondita, contestuale e storicizzata delle manifestazioni psichiche connesse al fenomeno mafioso. Il primo compito della psicologia clinica, in questo senso, era ed è quello di valutare lo spessore psicologico del fenomeno, le proporzioni del disagio sociale che esso ha generato, favorendo chiarezza cognitiva, emotiva e culturale, anche quando ciò conduce a scomodare le coscienze e perturbare l’auto-valutazione della società civile: nella ricerca e nella pratica clinica, l’onestà dello sguardo rappresenta la precondizione indispensabile per il cambiamento. Si assiste spesso a telegiornali bidimensionali che propongono elenchi di nomi dimenticabili, scene di bossoli cerchiati col gesso e lenzuola sull’asfalto, corpi in qualche modo tutti uguali. Ma che uguali non sono. Le vittime hanno nomi e volti, le mafie hanno luoghi e città. I sistemi criminali del Sud presentano precise radicazioni antropologiche che sono corpus identitari su cui si organizzano le strutture interne, le regole, le attività criminali, la psiche stessa degli uomini mafiosi. Tenere saldo questo principio di non sovrapponibilità e di specificità, dal punto di vista degli scriventi, è centrale per comprendere il fenomeno poiché spesso l’ostacolo più subdolo alla comprensione è l’omogeneizzazione degli oggetti d’indagine, delle loro scaturigini, delle loro trasformazioni sociali (Carli & Paniccia, 2003). Nello studio dei sistemi criminali, senza una precisa collocazione e definizione di confini, si rischia di azzerare l’intelligibilità del fenomeno e venire psicologicamente schiacciati dalle abnormi proporzioni che esso sembra assumere. Appare evidente come la scelta metodologica di localizzare il nostro oggetto di studio risponde a due esigenze imprescindibili: una di matrice epistemologica che riguarda la delimitazione del fenomeno indagato per individuare la composizione del campo in cui esso si colloca (Ceruti & Lo Verso, 1998); l’altra di natura squisitamente psicologica che consente di smascherare le strategie di manipolazione emotiva adoperate dalle mafie. Compito del lavoro psicologico-clinico è cioè quello di distinguere, ridisegnare, ridimensionare, spezzare le suggestioni di onnipotenza delle mafie che alimentano nella popolazione paure e disfattismi. Per tale ragione, il nostro gruppo di ricerca ha scelto, negli ultimi anni, di muoversi sul registro della localizzazione psicoantropologica di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, al fine di mettere a fuoco uno sguardo realistico nell’individuazione delle possibilità di fronteggiamento al crimine organizzato e di sviluppo del meridione. Ciò, chiaramente, senza adombrare la maglia di connessioni simboliche e fattuali che lega le tre grandi mafie ma evitando inquietanti e fascinose gigantografie che colludono con il potere desiderante dei sistemi criminali. Nel corso dei nostri studi, il traghettamento da un paradigma macroscopico a uno microscopico ha riguardato in prima istanza Cosa Nostra, la cui complessità organizzativa conduce ad intessere un peculiare rapporto con ogni contesto territoriale in cui essa è radicata (Giorni, Giunta, Coppola & Lo Verso, 2009). Tale prospettiva di studio non poteva escludere un’attenzione psicologicamente, geograficamente e culturalmente mirata anche delle altre mafie. Nella consapevolezza della minore accuratezza delle osservazioni che guardano non ancora a realtà comunali (come è stato per le ricerche in Sicilia) ma conformazioni regionali, si sta tentando oggi di mettere a punto un primo inquadramento psicologico delle connotazioni di senso che i sistemi criminali assumono nelle altre regioni del Sud. Lo sanno bene tutti coloro che in Calabria hanno condotto inchieste e fatto arresti. A partire da Reggio Calabria, cove c’è il cuore e la testa della ‘Ndrangheta. Divisa in tre mandamenti – la Piana, il Centro, la Jonica – è la provincia cui fanno riferimento i clan sparpagliati in tutto il mondo. Se la Piana sono gli affari, la Jonica la storia, il marchio e la tradizione, il Centro – Reggio città e il suo hinterland – è la testa della ‘Ndrangheta: il mandamento deputato alla gestione dei contatti politici, istituzionali, massonici, dove si disegnano le macro-strategie, i grandi affari. Anche per questo, è forse la zona in cui più di tutte i clan abbiano scelto la strategia del basso profilo. Le ‘ndrine non si vedono, ma ci sono, comandano, asfissiano un intero territorio. E la riserva di violenza potenziale che esprimono cova sottotraccia ma è sempre pronta a detonare. Ecco di seguito il contributo tratto da “Avamposti” la serie di quattro puntate che Discovery ha realizzato e mandato in onda ad inizio del 2022 da cui molto si comprende del fenomeno in Calabria.
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