Alfonso Sabella e il suo “Cacciatore di mafiosi”. Un libro che ha ispirato una serie tv


Dal 23 luglio del 2019 è in libreria un saggio scritto dal magistrato Alfonso Sabella dal titolo “Cacciatore di mafiosi” edito Mondadori. Assieme a Silvia Resta e Francesco Vitale, Alfonso Sabella racconta le inchieste e le fasi della cattura di noti boss della mafia come in un mosaico, di certo e spesso inquietante fatto di complicità, depistaggi, intercettazioni, tecnologia sofisticata e astuzie. I nomi sono di rilievo. Leoluca Bagarella, i fratelli Brusca, Pasquale Cuntrera, Mico Farinella, Aglieri, ma anche don Mario Frittitta sono solo alcuni dei nomi di cui Alfonso Sabella, magistrato inquirente per molti anni al fianco di Gian Carlo Caselli a Palermo, ha scritto sotto un titolo (Cacciatore di mafiosi) alquanto eloquente. Di certo fitto e fatto di episodi scritti dal di dentro e vissuti, in prima persona, da Sabella, un magistrato che negli anni Novanta si è trovato a sapere e capire prima che accadesse circa la cattura di latitanti e boss mafiosi. Il viaggio di conoscenza sulle tracce di latitanti di quel calibro Sabella lo conduce senza risparmio portando l’attenzione su complicità, depistaggi, intercettazioni, “scannatoi di mafia”, tecnologia sofisticata e astuzie che sono servite e molto. Una condizione resa possibile dall’esperienza e dalla caparbietà di un pugno di uomini coraggiosi votati alla caccia di uomini senza scrupoli («di fronte ai loro razzi noi abbiamo solo le armi della democrazia: legalità e rispetto delle regole» si legge per esempio a pag. 117.

Si tratta senza dubbio di un libro a cavallo tra la memorialistica e la saggistica che si legge come una raccolta di racconti hard boiler. Frasi brevi, spezzate, pur senza mostrare una particolare qualità letteraria, contribuiscono a renderne la lettura avvincente grazie al ritmo serrato dello svolgimento. In oltre 250 pagine si traccia un profilo di molteplici e complicate vicende criminali, spesso culminate nella scelta – da parte dei boss – di un ambiguo pentitismo. Un libro con il quale Alfonso Sabella ha voluto chiaramente privilegiare la descrizione delle investigazioni, delle personalità sanguinarie delle sue “prede”, della “caccia” appunto; mentre gli aspetti più propriamente istituzionali e politici della lotta alla mafia, almeno per buona parte del libro, stanno più in disparte, sullo sfondo.

Di grande interesse, anche se non inedite, sono nel libro le descrizioni sulla vita dispendiosa degli uomini di mafia: i loro vizi pubblici e privati, le loro manie, le loro donne ufficiali e non, il più delle volte spietate complici dei loro uomini. Tutto quello che in altri pamphlet di grande impegno civile (si vedano le opere di Lirio Abbate) è colonna portante dell’opera, ovvero la politica collusa o latitante, qui è accennato come riflesso delle vicende di “caccia” ai mafiosi. Argomenti perciò meno evidenti ma non per questo assenti. Quando nel libro leggiamo delle rogatorie internazionali (prima delle leggi del 2001) e l’uso delle intercettazioni (prima degli attuali progetti restrittivi) descritte come strumenti indispensabili per la cattura dei latitanti, il pensiero alle polemiche e iniziative parlamentari viene spontaneo. Alfonso Sabella non si è sottratto a toni polemici quando, nelle ultime pagine del volume, ha voluto ripercorrere la vicenda della cosiddetta dissociazione dei mafiosi (la trattativa più o meno occulta che pezzi dello Stato hanno avviato con i boss) e poi le incomprensioni con Tinebra, il successore del dimissionato Gian Carlo Caselli. Nel maggio 2000 i boss, sottoposti al 41 bis tentarono di ottenere sconti di pena con una legge appunto sulla dissociazione. Furono Aglieri, Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, sulla base di astuti progetti imbastiti prima di essere catturati, avanzarono la proposta, peraltro ben vista da personaggi come Taormina, di rinnegare pubblicamente Cosa Nostra. Una volta usciti dal carcere quei boss tornarono a delinquere peggio di prima. Fu Alfonso Sabella a ricordarsi di un’intercettazione dove a grandi linee fu detto: «se metteranno la dissociazione è buono, ti puoi avvalere della facoltà di non rispondere: non fai nomi, ma prendi lo sconto di pena e ti tolgono il 41bis: ci sarà l’80% di pentiti in meno». L’iniziativa, per fortuna, venne bloccata, nonostante l’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Giovanni Tinebra, fosse favorevole. In quella vicenda Alfonso Sabella pagò il conto della sua intromissione: il suo ufficio al D.A.P. (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) venne soppresso e l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli si premurò di allontanare lo scomodo magistrato.

Nel 2000 quindi Sabella aveva lasciato la procura per diventare magistrato di collegamento tra il ministero di Giustizia e la commissione parlamentare antimafia. Nel 2001, anche al momento del G8 di Genova, era capo del servizio ispettivo del DAP. Dopo aver prestato servizio come Pm a Firenze e come giudice al tribunale di Roma, dal 2005 è stato vice capo Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi del ministero della giustizia. Nel 2014, dopo Mondo di mezzo, l’allora sindaco di Roma Ignazio Marino lo ha nominato assessore alla Legalità e Trasparenza del comune di Roma, nel 2015, con delega per il litorale di Ostia. Da quell’incarico si è dimesso alla fine dello stesso 2015.

Il libro di Sabella apre uno squarcio importante e così, dopo aver ricordato la frase di Giovanni Falcone «si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande», Alfonso Sabella aggiunge: «I tempi sono cambiati. Nel mio caso è bastato isolarmi, fare un po’ di terra bruciata intorno a me e quando, qualche anno dopo, si è presentata l’occasione favorevole, anche screditarmi, “mascariarmi”. Nell’indifferenza o, addirittura, con la complicità, spero inconsapevole, di molti miei colleghi».

La vicende raccontate nel suo libro hanno ispirato la serie tv Il Cacciatoe 3 una fiction di Raidue che ha avuto come protagonista Francesco Montanari ad interpretare Saverio Barone, magistrato impegnato nella lotta contro la mafia. Ed è proprio dietro la figura di Saverio Barone che c’è il magistrato Alfonso Sabella oggi in servizio come giudice del Riesame al Tribunale di Napoli.

“Non avevo la vocazione. Volevo diventare il più giovane avvocato della Cassazione, entrare in magistratura avrebbe accelerato i tempi. Poi però ho conosciuto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono stato chiamato dallo Stato“, ha così raccontato Alfonso Sabella in un’intervista rilasciata a Vanity Fair. L’idea del libro aprì un nuovo modo per capire. «Quando ho scritto il mio libro – ha detto Alfonso Sabella – avevo un intento ben preciso in mente: provare a cancellare l’immagine patinata della mafia vista al cinema. Il Padrino, pure essendo un capolavoro, non racconta la mafia che ho visto io. Non ho incontrato uomini d’onore, ma bestie senza alcun rispetto per le vite umane, capaci di uccidere donne e bambini», ha dichiarato dopo aver scritto il libro “Il cacciatore di mafiosi” che ha ispirato così la fiction rai “Il cacciatore”.

Dal marzo 2016 Sabella ha ripreso le funzioni come giudice del Riesame al Tribunale di Napoli. Nel suo alter ego televisivo ammette di riconoscersi professionalmente, mentre la vita privata è diversa.

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