Mi disse “Ho commesso crimini e devo pagare in carcere”. Quel che non si dice su Raffaele Cutolo


di francesco de rosa |


Confesso. Ho una predilezione a stare fuori dai cori. A non frequentare i politici corrotti e corruttori che cercano visibilità. A rifiutare premi teleguidati che molti invece ostentano per l’impegno di un giornalismo verso la legalità. A non mettermi stellette al petto per dire, come decine e decine di intellettuali, radical chic, politici e militanti dell’anticamorra e dell’antimafia, che sono particolarmente in grado di giudicare il prossimo. Molto meglio e molto più degli altri. Che posso mettermi al di sopra di tanti altri e dare “patenti” di legittimità, di redenzione e di pentimenti. Di dire persino che cosa si deve fare nei tanti casi in cui il paradosso e lo scambio “amorevole” tra bene e male appare evidente.

Su Raffaele Cutolo in queste ore sto risentendo le stesse cose che risento da anni. Le ho sentite lo scorso anno quando è morto. Le risento adesso in occasione di un manifesto a lutto dove si è scritto testualmente “dell’anima benedetta” di Raffaele Cutolo e della messa di suffragio che c’è stata. Più o meno le stesse cose che sentii quando il mio libro sulla storia di vita e di camorra di Raffaele Cutolo dal titolo “Un’altra vita. Le verità di Raffaele Cutolo” fu dato alle stampe nel 2001 dal Gruppo editoriale Il Saggiatore. Ad Ottaviano ci fu chi disse che quel libro non si doveva presentare. E lo disse senza averlo nemmeno letto ma solo perché i cattivi, i criminali devono stare alla larga dai buoni. Venti anni dopo c’è ancora chi non lo ha letto quel libro, unica biografia scritta “assieme” a lui. E c’è chi continua a dire cose sul suo mancato pentimento, sulla sua vita che conosce romanzata e molto da lontano.

Basta che stai dalla parte “buona”, basta che ti senti militante della giustizia che quel che dici non deve essere per nulla verificato. Il circolo mediatico non va per il sottile. Non importa scrivere o raccontare cose che magari non hai avuto nemmeno la necessità e la decenza di capire meglio. Quel che conta è essere presenti in quel circolo mediatico e oggi anche social per giocare la parte dei giusti e dei corretti, per lucrare su vicende dove il consenso puoi trovarlo facile. Né un santo, né un martire, né un eroe. Raffaele Cutolo è stato un criminale e questo, di certo, non fa novità. Non faceva mistero nemmeno a lui. Negli anni in cui preparavo il libro su di lui, e cioè tra l’ormai lontano 1997 ed il 2001 anno d’uscita del libro, non fu difficile capire chi avevo davanti quando mi raccontava di aver commesso errori, di aver determinato crimini e che quindi era giusto stare in carcere. “Ho fatto piangere madri di famiglia e debbo restare in carcere. Devo pagare i miei errori con la giustizia“. A Carinola, in provincia di Caserta, aveva rifiutato di firmare, all’ultimo momento, il suo pentimento giudiziario. Lo attendeva un programma di sicurezza, una dimora tranquilla e la possibilità di vivere con Tina, sua moglie. Ma Cutolo volle rispettare un codice d’onore nel quale è certezza pensare che “chi ha sbagliato assieme a te credeva in te“. Per lui i crimini commessi e ordinati erano tutti alle spalle. Erano stati gli eventi a decretare chi aveva dovuto pagare con la vita e chi con il carcere. Coloro che non avevano pagato nulla avrebbe trovato a decretare il giudizio della vita e magari, dopo la morte, il giudizio di Dio. Cutolo in quegli anni, tra il 1997 ed il 2001, seguiva un percorso di pentimento spirituale che il mio amico (amico da anni) l’allora vescovo in carica di Caserta gli stava facendo fare. Era nata lì così a casa, cioè nella Curia, di Raffaele Nogaro, che del libro scrisse poi la sua prefazione, l’idea di scrivere una biografia sul capo della NCO. Con Nogaro parlammo a lungo della distinzione tra conversione (davanti a Dio) e pentimento (davanti agli uomini). Erano i mesi nei quali al “mio” caro vescovo di Caserta telefonavano di notte dicendo “sporco prete comunista” per le sue idee d’apertura verso una chiesa che non giudica ma consente redenzioni e pratica accoglienza. Raffaele Nogaro mi disse che la conversione di Cutolo davanti a Dio era qualcosa di vero e di concreto. Un fondamento che potei verificare diverse volte, un aspetto su cui ero tornato a parlare più volte proprio con Raffaele Cutolo per capire, da giornalista libero come sempre ispiratomi agli esempi di legalità che mi venivano in gioventù da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, chi è un mafioso? Chi è un uomo d’onore e poi onore di che? Che azioni chiare e nitide aveva originato la conversione davanti a Dio di Raffaele Cutolo? E, ancora, può esserci una conversione davanti a Dio senza essere seguita anche da un pentimento davanti ai giudici? E se questo pentimento giudiziario non c’è vale o no la conversione davanti a Dio? La storia degli ultimi 30 anni di Raffaele Cutolo mi induce a confermare le ragioni del vescovo Nogaro che pagò a caro prezzo davanti al coro folto di chi lo insultò e ancora lo insulta parlando o scrivendo dal pulpito delle antimafie e delle anticamorre d’Italia. Molte volte finte, ipocrite e tanto interessate a visibilità che fanno carriera, ruolo e posizionamento sociale. Raffaele Cutolo mi ha detto e scritto più volte che “il crimine non paga!“, che “la camorra è il male!” ed era questo l’obiettivo di una biografia controversa su un uomo controverso che, anche a me come a Nogaro, creò non pochi problemi venti anni fa. Senza sapere allora che negli anni a seguire avrei incontrato e conosciuto diversi altri modi di essere camorristi e mafiosi. Imprenditori, professionisti, colletti bianchi e politici che guidano amministrazioni locali e regionali e fanno affari tanto più sporchi degli affari fatti tra la NCO di Cutolo e i politici, i colletti bianchi, gli imprenditori dell’epoca.

Imprenditori, professionisti e sindaci di molti comuni della Campania andavano regolarmente ad Ottaviano dalla sorella Rosetta a concordare atti amministrativi, iniziative da prendere mentre Raffaele Cutolo era in carcere riverito e visitato dai Servizi segreti e da esponenti nazionali di primo piano dei partiti più votati. Rappresentavano come si deve quella zona grigia che lega poteri ufficiali e democratici a poteri oscuri ed illegali nella quale c’è stato e c’è dentro di tutto. Consiglieri provinciali (quando anch’essi si votavano), componenti dei consigli regionali che si sono succeduti. Assessori, sindaci, imprenditori di ogni settore, faccendieri, gente di ogni risma del tutto insospettabile che componeva e compone la zona grigia che ha fatto e fa affari con i poteri criminali ovunque come faceva affari con la Nuova Camorra Organizzata. Connivenze, voti e protezione in cambio di appalti da affidare e di scelte politiche che possano determinare un vantaggio per gli amici e gli amici degli amici, i loro affari e lo sviluppo delle loro influenze. Fuor di ogni retorica a buon mercato e di ogni ipocrisia l’Italia (del nord, del sud e del centro) fonda la sua natura, la sua politica, la sua economia ed il sociale tante e troppe volte proprio su questo. Le logge massoniche, le confraternite, certe associazioni, il protagonismo di certi politici di oggi, le derive di molti partiti fanno esattamente questo: proteggono i propri interessi e quelli dei loro amici, li raccomandano, li fanno evolvere. Chi sta fuori dal giro è senza protezione. Chi non si affilia rimane ai margini.

Cutolo pescò in questo immenso campo d’ingiustizie e così potette far credere che i prepotenti si combattono con nuova prepotenza, con la forza del potere coercitivo, con affiliazioni, con l’entusiasmo dei giovani camorristi che si sentirono scelti, protagonisti, al centro di un cambiamento nel quale vollero credere. I suoi militanti, parimenti a lui stesso, ebbero un’idea del tutto personale e distorta della giustizia sociale per questo appresero a seguirlo come un esercito segue il suo guru. Ora quanto sia stata o sia benedetta o maledetta l’anima di Raffaele Cutolo è cosa sulla quale non mi azzarderei a romanzare nulla. Fa, di certo, una certa impressione leggere un tale aggettivo e legarlo a lui. Tuttavia chi conosce le prassi di certi costumi sa che il manifesto listato a lutto dei funerali o degli anniversari di morte fa uso spesso di formule consuete. Chi vive in Campania o ad Ottaviano sa però anche che in giro non c’è nessuna voglia di santificare nessuno. La gente capisce molto di più di quello che gli eroi difensori della legalità, che si sono indignati, scrivono. Le solitudini che si vivono dopo questi due anni di pandemia hanno lasciato segni invisibili ma profondi ed immensi ovunque più che i due decenni nei quali la NCO e Raffaele Cutolo erano temuti e rispettati in questa parte d’Italia. Tanto è bastato, tuttavia, a liberare di nuovo le indignazioni dell’esercito che discerne le linee (e le parole) della giustizia e della legalità da quelle dell’ingiustizia e della illegalità. E così fa anch’esso un certo effetto risentire tanti luoghi comuni e comprovate inesattezze su Raffaele Cutolo che continuano a far presa e a galvanizzare l’anticamorra e l’antimafia di professione dentro la quale ci sono, anche oggi, molti di quei colletti bianchi che fanno zone grigie. Esattamente come ieri.

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