di francesco de rosa |


Brusca è libero per “fine pena”. Colui che azionò il telecomando per far saltare in aria Giovanni Falcone con la sua scorta, dopo essere diventato collaboratore di giustizia, si è visto ridurre la pena e oggi è arrivato a scontare gli anni di carcere che il Tribunale gli aveva inflitto. Un editoriale di don Luigi Ciotti su “lavialibera” la rivista cartacea e digitale dei Movimenti associativi (Libera, Gruppo Abele) impegnati nel contrasto alle mafie e alla criminalità mette nero su bianco un pensiero inequivocabile sulla liberazione di Brusca comune anche ad altri esponenti importanti impegnati nella lotta alle mafie. Per Ciotti, pur essendo il dolore ed il risentimento dei familiari per la liberazione di Giovanni Brusca perfettamente comprensibili, non si può negare, nel contempo, che lo Stato, in questa vicenda, ha vinto poiché la giustizia non può essere vendetta ma anche perché “bisogna credere nel cambiamento delle persone”.


Don Luigi Ciotti elenca almeno sei elementi da tenere presenti. Dice che “dalla scelta di collaborare di Brusca lo Stato ha tratto innegabili vantaggi, come è stato riconosciuto da figure importanti della stessa magistratura. La sua confessione ha infatti permesso una grande quantità di arresti e un netto indebolimento della Cosa nostra stragista dei “Corleonesi”. E ancora, che “decidendo di collaborare Brusca sapeva bene a cosa andava incontro, conoscendo dall’interno l’organizzazione criminale di cui svelava i segreti. Andava incontro a una condanna a morte perché la mafia non perdona chi tradisce, a maggior ragione se il “traditore” è stato una figura non secondaria dell’organizzazione”.

Il fondatore di Libera precisa che “la legislazione sui “pentiti” e dei “collaboratori di giustizia” è stata voluta fortemente da Giovanni Falcone. Certo si è trattata di un’estrema ratio, ma si è rivelata efficace con la mafia così come si era rivelata efficace con il terrorismo politico. La giurisprudenza deve misurarsi a volte con vicende storiche che richiedono nuovi parametri perché ci pongono di fronte a mali che non possono essere combattuti con strumenti ordinari”.

“Concordo – dice don Luigi Ciotti – con il Procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho quando dice che l’ uscita dal carcere di Brusca non è una sconfitta ma una vittoria dello Stato. Lo Stato deve dimostrare una levatura morale superiore a quella dei suoi avversari o attentatori, e questa superiorità si dimostra anche attraverso una giustizia che non sia vendetta, che garantisca da una parte una giusta pena, dall’ altro uno spiraglio di speranza per chi sconta la pena e dimostra nei fatti di essere  cambiato, di stare dalla parte della giustizia. Del resto si tratta di un principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione laddove si parla di pene che devono tendere alla “rieducazione” del condannato”. “Bisogna credere – prosegue don Luigi – nel cambiamento delle persone, nella capacità di riscattarsi dal male, il male subito ma anche il male compiuto. In 56 anni d’impegno sociale ho visto percorsi di cambiamento e di conversione. Nessuno è irrecuperabile. Certo bisogna richiamare alle responsabilità e stimolare crisi di coscienza, delineando al contempo le opportunità offerte da un cambiamento radicale di vita non solo in termini di vantaggi materiali ma di libertà interiore, possibilità di vivere una vita più libera perché più giusta e più vera. Certo non è facile, e proprio nel mondo delle mafie le conversioni si contano sulle dita di una mano. Ma credo che si debba tentare. Mi auguro che Brusca si sia incamminato in questo cammino di ricerca di verità, non solo sui delitti di Cosa Nostra, ma sul suo esserne stato complice ed esecutore”.

L’apertura di don Luigi Ciotti alla notizia della liberazione di Giovanni Brusca si è intrecciata in questi giorni con le parole di sconforto di molti cittadini e non solo dei parenti delle vittime. Rita Dalla Chiesa ha parlato di “vergogna di Stato” mentre l’ex procuratore aggiunto a Palermo Antonio Ingroia ha sostenuto che la scarcerazione di Brusca “fa impressione ma va accettata”. Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni non nascosto il “dolore” provato alla notizia ma anche l’auspicio che Brusca possa non ricominciare a delinquere. Per Tina Montinaro, vedova del caposcorta di Falcone Antonio Montinaro la scarcerazione di Brusca non è inaccettabile: «Sono indignata, sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Giovanni Brusca, l’uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Sa qual è la verità? Che questo Stato ci rema contro. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino? Che l’uomo che ha ucciso il nonno gira liberamente?…». Tina Montinaro non ha nascosto la sua amarezza: «Dovrebbe indignarsi tutta l’Italia e non solo io che ho perso mio marito – ha detto una intervista all’Adnkronos – Ma non succede. Queste persone vengono solo a commemorare il 23 maggio Falcone e si ricordano di ‘Giovanni e Paolo’. Ma non si indigna nessuno». La contrapposizione tra chi ha visto nella scarcerazione di Brusca una vittoria dello Stato e chi, invece, vede solo una vergogna è destinata a non placarsi. Il tema è accesso e coinvolge molti degli italiani che ricordano bene le stragi del ’92.